Le affermazioni del Consigliere sono gravi

20 Ottobre 2022 | Lottiamo ogni giorno

In occasione del dibattito parlamentare sul caso dell’ex direttore di Lugano arrestato per atti sessuali con fanciulli, hanno suscitato sdegno e sconcerto le parole del Consigliere di Stato Manuele Bertoli che ha qualificato tale reato come “grave, ma quanto meno non violento e che comporta un certo consenso”. 

Affermazioni gravissime che meritano di essere riportate e analizzate. Se le parole hanno un senso, è bene allora usarle correttamente. 

Valutare la gravità di un reato di natura sessuale sulla base del livello di violenza e coercizione messo in atto dall’autore per obbligare la vittima a subire le sue avances e i suoi abusi significa non aver capito nulla della realtà delle violenze sessuali.

La stragrande maggioranza degli stupri – ricordiamo che in Svizzera 1 donna su 10 ha già subito rapporti sessuali contro la sua volontà – non coincide con quello che è ancora oggi l’immaginario dominante di un’aggressione compiuta da uno sconosciuto, armato di coltello, nel buio di un parcheggio o nel fondo di un vicolo cieco, su di una vittima che cerca in tutti i modi di difendersi, anche a rischio della sua stessa vita. No, non è così. La maggior parte degli stupri sono commessi da uomini che la vittima conosce: ex-fidanzati, amici, colleghi, parenti. E allo stupratore non serve munirsi di un’arma o usare la coercizione fisica per ottenere ciò che vuole. Di fronte a un tentativo di aggressione sessuale molte donne non riescono, o non vogliono (per tutta una serie di giustificate ragioni, come il timore per la propria vita, per il proprio posto di lavoro, …), opporre resistenza. Il fenomeno del freezing, una reazione naturale di congelamento della vittima di fronte all’aggressore, quasi uno sdoppiamento dal proprio corpo e da quanto si sta subendo, è ormai un fatto ben documentato nella letteratura scientifica. 

L’assenza di violenza fisica o di coercizione non rende dunque meno grave quanto accaduto. Non capirlo vuol dire non essere in grado di cogliere il significato della regolamentazione, a livello di Codice penale, di un’età del consenso. In Svizzera qualsiasi bambina/o e ragazza/o con meno di 16 anni non può acconsentire a relazioni sessuali con persone che sono più grandi di loro di almeno tre anni. Se il legislatore ha fissato un’età del consenso è proprio perché sa bene che gli strumenti, le “armi”, di cui possono fare uso gli aggressori e i pedofili con le loro vittime minorenni sono ben raramente i coltelli e le minacce, quanto piuttosto l’inganno, le lusinghe, le manipolazioni e la seduzione di giovani adolescenti ancora fragili nel loro cammino di costruzione personale. Per questo motivo non si può e non si deve definire come consenzienti le relazioni tra minori di 16 anni e persone più adulte di loro. 

Nel 2022 – dopo che la liberazione della parola delle donne ha permesso che venissero finalmente ascoltate le testimonianze e il vissuto di tante vittime di violenza – come è possibile credere ancora che uno stupro commesso su una ragazzina delle scuole medie da parte di un docente sia meno grave, o generi minore sofferenza, solo perché estorto con l’inganno e la manipolazione e non con l’uso di forme di violenza fisica? Consigliamo al Consigliere Bertoli la lettura del libro Il consenso, di Vanessa Springora, in cui l’autrice narra la sua reale esperienza di vittima quattordicenne ‘consenziente’ del pedofilo e scrittore Gabriel Matzneff. Al centro dell’opera c’è proprio questo concetto scivoloso e ambiguo di ‘consenso’, che è una follia applicare ad una ragazzina di quell’età e in una situazione di così forte ed evidente disparità di potere e ruolo. Ed è narrato con grande chiarezza anche il devastante effetto, sulla vita dell’autrice, di quella ‘relazione’ che altro non era che un’insidiosa trappola, da cui solo con grande fatica è riuscita a liberarsi.

Come può un direttore del DECS non capire che quella tra allieva e docente è una relazione fondata proprio sulla disparità – di potere, di ruolo, di conoscenza, di autorità, oltre che di età anagrafica? E che tale disparità è la base stessa su cui si fonda l’operazione di manipolazione e inganno messa in atto dal docente per abusare dell’alunna? Come può non capire che proprio il non vedersi riconosciuta pienamente come vittima, in quanto ‘consenziente’ (a soli 14 o 15 anni?!), non faciliterà certo il percorso di elaborazione di quanto subìto da parte della giovanissima ragazza?

Le parole di Bertoli sono gravi, anche perché rivelatrici di quanto sia ancora diffusa una concezione arretrata e sessista delle violenze sessuali. Il collettivo Io l’8 ogni giorno si sta da tempo attivando a favore di una modifica del nostro Codice penale, con l’introduzione di una definizione di stupro fondata sul concetto di consenso (‘solo sì è sì’), criticando ed opponendosi dunque all’attuale proposta in discussione a Berna, fondata invece sulla logica del “no è no”, ossia sulla presunzione di una disponibilità per default delle donne a qualsiasi atto sessuale, con qualsiasi persona e in qualsiasi momento. 

La soluzione del “solo sì è sì”, invece, permette di spostare l’attenzione e la responsabilità dalla vittima all’autore: non sarà più la vittima a dover dimostrare di aver espresso con sufficiente chiarezza il suo rifiuto o di essersi opposta con tutte le sue forze all’aggressore, ma sarà quest’ultimo che dovrà provare di essersi accertato del consenso della sua partner. Si tratta di un cambiamento legislativo che potrà avere un’influenza profonda sull’intera società e sui rapporti tra i sessi. Mettere al centro la nozione di consenso significa approfondire le discussioni su cosa esso significhi realmente, e sulle condizioni necessarie affinché il consenso sia veramente sempre libero e consapevole. Abbiamo bisogno di questa legge e abbiamo bisogno di questo cambiamento di mentalità. 

Tornando, e concludendo, sul caso del direttore di scuola media arrestato, ci preme ribadire come quanto finora emerso – le molteplici segnalazioni inascoltate – confermi la necessità e l’urgenza di una delle misure che il collettivo Io l’8 ogni giorno richiede ormai da quasi due anni: il numero unico per le violenze sulle donne. Un numero facile da memorizzare, un servizio attivo 24/7, gestito da personale qualificato, cui chiunque può rivolgersi (anche la ragazzina importunata da un docente, o il genitore che non sa quali siano i canali adeguati per trasmettere le sue segnalazioni) per ricevere ascolto, informazioni e sostegno da persone competenti e formate. Siamo stufe di vaghe promesse: il numero unico serve ora, basta aspettare!

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