Contro il patriarcato armato

10 Maggio 2022 | Global Sisterhood

Il Collettivo Io l’8 ogni giorno sostiene la condanna del collettivo Donne di classe alla guerra e al patriarcato armato. 

Riportiamo e condividiamo qui il loro scritto*. 

Il collettivo Io l’8 ogni giorno, in collaborazione con il Comitato ticinese contro la guerra in Ucraina, ha organizzato a Lugano una serata pubblica il 19 maggio sul tema donne e guerra


Donne di classe contro il patriarcato armato. Condannare la guerra e l’occupazione militare dell’Ucraina, costruire la solidarietà internazionale

Premessa

Mentre la propaganda bellicista e machista incalza senza sosta al pari della guerra, vogliamo inserire un punto di vista femminista sul perché e come dobbiamo opporci con tutte le nostre forze alla guerra in Ucraina scatenata dal governo russo di Putin, tanto più urgentemente ora che assistiamo a una pesante recrudescenza del conflitto che si accompagna a una altrettanto preoccupante scomparsa dal discorso pubblico del tema della negoziazione e dell’obiettivo della pace.

Da femministe anticapitaliste ci opponiamo alla politica imperialista e aggressiva del governo russo e denunciamo al contempo le grandi responsabilità dei paesi appartenenti alla Nato per questa escalation di guerra e per le altre guerre imperialiste che li vedono coinvolti. Riteniamo estremamente urgente la costruzione di un ampio movimento organizzato di respiro globale, che insorga contro la guerra e sappia far convergere le istanze pacifiste, femministe e per la giustizia sociale, con l’obiettivo di porre immediatamente fine a questa guerra e a tutti gli altri conflitti imperialisti in corso e costruire un mondo senza ingiustizie e oppressioni.

Il femminismo non può che essere contro la guerra

Come femministe ci opponiamo fermamente alla guerra in quanto essa rappresenta la massima espressione del dominio capitalista e patriarcale. Qualunque parte militare attualmente in campo vinca, sappiamo che la classe lavoratrice ne uscirà sconfitta e saranno le donne a pagarne le conseguenze peggiori.

La guerra, infatti, oltre che morte e distruzione, è annientamento dell’autodeterminazione dei popoli e ancora di più delle donne e delle persone LGBTQ*.

Raccogliamo e rilanciamo perciò l’appello delle femministe russe per una Resistenza femminista contro la guerra, perché la “guerra significa violenza, povertà, sfollamenti forzati, vite spezzate, insicurezza e mancanza di futuro. Tutto ciò è inconciliabile con i valori e gli obiettivi essenziali del movimento femminista. La guerra intensifica la disuguaglianza di genere e mette un freno per molti anni alle conquiste per i diritti umani”.

Sosteniamo anche l’appello delle femministe spagnole che coglie l’urgenza di una smilitarizzazione e di una de-escalation del conflitto.

Il corpo delle donne da sempre viene usato come terreno su cui combattere le guerre, vere o simboliche. Lo stupro è usato storicamente come arma di guerra e come strumento di dominio dagli eserciti. Esprimiamo la nostra più forte solidarietà con le donne in Ucraina e denunciamo il carattere machista e patriarcale di questa guerra che emerge chiaramente sia sul campo di battaglia dove il corpo delle donne diventa brutalmente “bottino di guerra” tramite gli stupri commessi principalmente dall’esercito russo invasore (ma non mancano denunce anche verso soldati ucraini), sia nella retorica di esibizione di muscoli di governi e media di tutte le parti in campo.

La propaganda machista di guerra

I corpi delle donne spesso sono usati anche per giustificare le guerre, sempre in un’ottica machista per cui le donne dovrebbero essere “liberate” grazie a un atto di forza esterno ed estraneo in una disputa da risolvere tra uomini. Lo abbiamo visto in modo eclatante nella guerra in Afghanistan, giustificata mediaticamente dagli USA per “liberare” le donne dal misogino e sanguinario regime talebano. Dopo venti anni di guerra, però, quando gli USA hanno ritenuto non più sostenibile l’occupazione militare, non si sono fatti scrupoli a riconsegnare il paese direttamente nelle mani dei talebani, pattuendo con loro il totale ritiro delle forze di occupazione entro l’agosto del 2021, attraverso gli accordi di Doha.

Lo stesso tipo di retorica, intrisa di patriarcato e machismo, la vediamo anche nella guerra in Ucraina, dove le donne vengono strumentalizzate dal governo ucraino di Zelensky, il quale chiede armi e sostegno militare anche con la giustificazione di dover “difendere le donne” dalle brutalità delle forze di occupazione russe.

La propaganda ucraina e occidentale, inoltre, fa leva su ogni macabro e raccapricciante dettaglio delle violenze dell’esercito russo, stupri compresi, per alimentare venti di guerra e sostenere un intervento militare, diretto o indiretto, dei paesi Nato, aumentando però così la spirale di violenza. Violenza che subiscono soprattutto le donne, che rimangano disperatamente a combattere o che cerchino di fuggire dai bombardamenti e dagli attacchi russi.

Con la guerra le classi sociali diventano “popolo” nella retorica bellicista

Siamo vicine a chi non ha altra soluzione o prospettiva che combattere contro l’invasione russa, ma non siamo d’accordo con l’invio delle armi in Ucraina perché in questo modo non si fermerà la guerra, ma la si alimenterà e aumenteranno enormemente i rischi di globalizzazione del conflitto.

Inoltre quando si parla di invio di armi alla resistenza ucraina, si parla dell’invio di armi a un esercito di uno Stato, strutturato e armato da anni, che si avvale anche di mercenari, e non a una resistenza popolare che si organizza per combattere l’oppressore interno ed esterno, il proprio governo e l’esercito russo invasore.

Non si può negare che si siano aggiunti ai combattimenti anche elementi popolari, ma non bisogna nemmeno dimenticare che il governo, in una retorica machista per cui gli uomini rimangono a difendere la patria e l’onore, mentre le donne si occupano di mettere in salvo i bambini, ha disposto l’arruolamento forzato di ogni maschio tra i 18 e i 60 anni. In questo modo nessun uomo compreso in questa larghissima fascia di età può lasciare il Paese; si costringe a combattere anche chi non vuole farlo; chi prova a fuggire viene ricacciato forzatamente indietro a combattere e le donne trans, che per questioni burocratiche non hanno documenti congruenti, rimangono bloccate perché alle autorità ucraine risultano come uomini.

Come opporsi alla guerra senza alimentare la spirale di morte e distruzione?

Non ci uniremo al coro interventista dei governi capitalisti che hanno subito colto l’occasione per aumentare a dismisura le spese militari (a prescindere da quelle che andranno effettivamente all’Ucraina) a scapito della spesa sociale, misura che ricadrà ancora una volta sulle spalle delle classi subalterne e delle donne in particolare.

Non si tratta di esprimere solo una solidarietà astratta nei confronti del popolo ucraino, ma si tratta di capire innanzitutto se l’invocazione dell’invio di armi vada davvero nella direzione dell’autodeterminazione delle donne e degli uomini ucraini che loro malgrado sono finiti sotto i bombardamenti russi.

Ci appare evidentemente fuori luogo ogni comparazione tra la “resistenza ucraina” e movimenti di liberazione femministi organizzati, come quello delle combattenti curde che lottano contemporaneamente contro Daesh (l’Isis), l’esercito turco e il patriarcato o dell’EZLN, dove le zapatiste, oltre a lottare contro il furto della terra alle popolazioni indigene e lo sfruttamento capitalista, costruiscono insieme un progetto di società con al centro la liberazione e l’autodeterminazione delle donne.

Quello che possiamo e dobbiamo fare fin da subito è costruire un movimento ampio e di respiro globale contro la guerra che sappia far convergere al suo interno le istanze femministe, ecosocialiste, antirazziste, internazionaliste e antimperialiste, per arrivare urgentemente a un cessate il fuoco e alla fine del conflitto.

Dobbiamo porci l’obiettivo indifferibile della fine dei bombardamenti e del ritiro delle truppe russe dall’Ucraina, dell’aiuto umanitario e dell’accoglienza per tutte/i le/i rifugiate/i.

Occorre praticare azioni di solidarietà attiva con il popolo ucraino, come quella delle femministe polacche, che stanno fornendo aiuto, cibo e riparo alle persone in fuga dall’Ucraina, o della carovana della pace organizzata dalle associazioni pacifiste italiane.

Occorre solidarizzare con le mobilitazioni di protesta in Russia e con chi, rischiando l’arresto solo a nominare la parola “guerra”, lotta e contrasta le scelte di aggressione imperialista del governo di Putin.

Occorre invitare i soldati russi e ucraini alla diserzione e all’ammutinamento ed esigere al contempo che venga garantito loro asilo politico.

Occorre lottare nei paesi capitalisti per il disarmo e per la riconversione delle industrie delle armi in mano a capitalisti senza scrupoli che alimentano la propaganda guerrafondaia e i cui profitti sono saliti alle stelle.

Occorre esigere l’immediata uscita dell’Italia dalla Nato e lo scioglimento di tutte le alleanze militari, a cominciare dalla Nato, sotto l’egida degli Usa, e dalla OTSC, sotto l’egida della Russia.

Chiediamo l’immediata cancellazione del debito ucraino che ricade sulla popolazione civile, così come chiediamo che non siano applicate le sanzioni che ricadono sulla popolazione russa.

Occorre far esplodere le contraddizioni dei paesi capitalisti UE che oggi si concentrano ipocritamente sul dramma umanitario delle profughe e dei profughi ucraini, ma che continuano ad attuare una politica di respingimento per le/i migrant* che scappano da altre guerre o situazioni altrettanto drammatiche, riconoscendo il diritto d’asilo e il diritto a cercare condizioni dignitose per vivere, solo in base ai propri interessi economici e con logiche razziste.

Occorre fermare la devastazione dei territori ucraini che i bombardamenti e le azioni militari stanno altamente inquinando scaricando tonnellate di armi, oltretutto pericolosamente vicino a centrali nucleari e operando contaminazioni e distruzioni che avranno ricadute inestimabili per i territori e per la salute di tutti gli esseri viventi.

Occorre smascherare l’ipocrisia della “transizione verde”, ovvero il timido intento proclamato da parte dei governi dell’UE di ridurre l’inquinamento e che è stato prontamente messo da parte di fronte alla guerra per tornare a parlare di riaprire le centrali a carbone in dismissione e rimettere in campo addirittura l’opzione nucleare.

Vogliamo che i soldi stanziati per la guerra e il riarmo siano usati invece per la sanità, già dilaniata da anni di privatizzazioni e tagli che, soprattutto in tempi di pandemia, hanno sottratto fondamentali servizi alla collettività; vogliamo che i soldi, anziché per uccidere e distruggere, vengano utilizzati per i servizi pubblici, la cui carenza ricade principalmente sulle spalle delle donne, per l’istruzione, per un’occupazione stabile, per salari dignitosi per tutt* senza gap salariale tra uomini e donne.

Siamo per l’immediato cessate il fuoco e per il disarmo per fermare questa barbarie e la sofferenza della popolazione coinvolta.

Siamo contro la retorica e le politiche di guerra perché le politiche e la propaganda belliciste riducono gli spazi democratici, rimarcano i ruoli stereotipati di genere, erodono diritti e non lasciano spazio all’autodeterminazione delle donne e delle persone LGBTQ* anche nei paesi ufficialmente non coinvolti nel conflitto.

Vogliamo che i miliardi di euro stanziati per comprare armi che uccidono e feriscono le persone, siano invece usati per prendersi collettivamente cura delle persone e costruire una società senza discriminazioni e senza disparità sociali e di genere.

Contro guerra e patriarcato, per la giustizia sociale e l’autodeterminazione delle donne, delle soggettività LGBTQ*IA e dei popoli!

#FeministsAgainstWar #FeministAntiWarResistance


* il presente articolo è apparso il 6 maggio sul sito di Sinistra Anticapitalista

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