Il Falò dell’indifferenza: Caso III°

16 Gennaio 2022 | La rivoluzione è fica!

Riportiamo un’altra testimonianza letta durante il Falò dell’indifferenza organizzato dal collettivo Io l’8 ogni giorno. Si tratta del racconto della docente di India, la ragazza di origini etiopi che rischia il rimpatrio insieme alla madre e al fratello e di cui si è molto parlato durante queste ultime settimane. 

Se non avete ancora sostenuto l’Appello per India e la sua famiglia, potete farlo cliccando qui.


Buonasera, sono una docente di scuola media e vorrei raccontarvi una storia sull’indifferenza.

Qualche anno fa, in quarta media, arriva una nuova allieva: India. Ricordo bene il primo incontro in Direzione: una ragazza sorridente, che parla italiano perfettamente. La prima impressione si era poi confermata: durante l’anno scolastico si era integrata facilmente, aveva stretto amicizie, risposto alle solite battutine con il sorriso, e a scuola si impegnava molto, quindi aveva conquistato anche noi docenti. Insomma, avrebbe potuto essere un’alunna come le altre, che avrei ricordato con piacere. Magari sarebbe poi passata a trovarmi e, sulla porta della mia aula, avremmo riso ripensando a qualche buffo aneddoto.

Invece, lei mi ha aperto gli occhi su un mondo di cui ero sì a conoscenza, ma di cui, davvero, non mi rendevo conto delle reali implicazioni nella vita di gente che vive (ma non esiste) qui, da noi.

Un giorno, India si è fermata a fine lezione: era agitata, mi ha guardato negli occhi (e lei ha dei grandi occhi bellissimi) e mi ha chiesto se potessi aiutarla. Alla mia risposta: “Ma certo che ti aiuto, vedo che cosa posso fare!”, ha aggiunto, e lì la voce le tremava, che sì, tutti rispondono così e sono gentilissimi con lei, ma nessuno aveva mai fatto davvero nulla.

Ammetto che è stato come uno schiaffo in faccia, che mi ha fatto aprire gli occhi. Che cosa sapevo davvero di lei? Che cosa avevo fatto concretamente? Lei mi aveva rivelato la sua sofferenza ed io ora ne ero coinvolta, volente o nolente.

A quel punto ho tentato di agire, sul serio, è come se fossi uscita da una sorta di torpore, che, col senno di poi, mi rendo conto che permea tutta la nostra esistenza: soprattutto dal momento in cui si diventa adulti, si vive nel torpore, o meglio, nell’indifferenza. Perché? Per routine, per non soffrire, per non accollarsi i problemi degli altri, per non rimuginare ogni giorno su tutte le ingiustizie del mondo. Siamo già tanto stressate/i! E il lavoro, la famiglia, le fatture… Alt! Una mia allieva è in pericolo!

E, quando si esce dall’indifferenza, ci si mette in gioco sul serio, e si soffre, sì, ma si vivono anche gioie, quelle vere.

Questa parte della storia alcune/i di voi l’hanno già sentita: grazie dunque a un avvocato, una donna forte e determinata, che segue la famiglia di India pro bono, ho scoperto la sua situazione. Grazie a quello che India alla fine ha avuto il coraggio di raccontare a me, poi a tutta la classe e grazie anche ai suoi temi, quelli scritti a scuola, ho scoperto il suo mondo, i suoi sentimenti.

India non ha documenti, è arrivata in Svizzera dieci anni fa, con la madre e il fratello maggiore (il padre è sparito nel nulla). La loro domanda di asilo è stata rifiutata dalla SEM a Berna, punto e basta. (La SEM è la Segreteria di Stato della migrazione) Tuttavia, non possono essere rimpatriati: secondo la SEM sono etiopi, provengono da un Paese sicuro e quindi non collaborano con le autorità. In realtà, la famiglia è originaria della fascia di confine tra Eritrea ed Etiopia, territorio in cui la frontiera è stata ridisegnata. Conseguenza: la famiglia non è riconosciuta da nessuno dei due Stati, perciò niente documenti. Sarebbero apolidi, ma neanche questo statuto è stato riconosciuto da Berna.

Dunque, il tempo passa, la mia allieva resta una sans papiers, non esiste per nessuno Stato, tantomeno il nostro, dove nel frattempo però è cresciuta e ha vissuto.

Ricordo quando India, in piedi vicino alla cattedra, ha raccontato la sua situazione alla classe: silenzio. Ma niente torpore, i giovani, meno male!, non sono mai indifferenti. Tanta intensità: dopo il silenzio, le domande. Dopo le domande, la discussione sulle strategie: che facciamo?

Le compagne e i compagni di classe di India hanno scritto una lettera ai giornali e l’hanno firmata tutti. Poi un gruppetto di ex compagne e amiche ha lanciato una petizione: hanno raccolto duemila firme in un mese e mezzo! In seguito, una di loro ha lanciato la proposta: portiamole a Berna!

Se quella volta che India ha preso il coraggio a due mani fermandosi a fine lezione, è stata come uno schiaffo che mi ha risvegliato dal torpore, il giorno, invece, in cui siamo state ricevute dalla SEM a Berna è stato letteralmente un pugno nello stomaco, che mi ha fisicamente prostrato. Lì l’indifferenza mi è stata sbattuta in faccia ed era la versione peggiore, quella mascherata da una fredda ed efficiente cortesia, falsamente accondiscendente.

Un portavoce, un esperto dell’Etiopia e dell’Eritrea, una traduttrice, ci hanno ascoltato per quaranta minuti, ci hanno accordato il loro tempo, ne eravamo lusingate e galvanizzate. Mi sono commossa ad osservare il mio drappello di ex alunne che peroravano con fervore la causa della loro amica, si erano preparate sul treno: avevano tutte il loro turno di parola, si erano divise gli argomenti della loro arringa, che era razionale, obiettiva, solida, senza inutili piagnistei. Sentivo la loro emozione, che si rifrangeva contro un muro di gelida cordialità e sorrisini forse un pochino imbarazzati.

L’avevo capito troppo in fretta che era stata una farsa, non abbiamo ottenuto nulla di nulla. Durante il viaggio di ritorno lo avevano compreso anche le mie giovani sostenitrici. Ricordo, il giorno dopo, al telefono, che una di loro ha pianto a lungo, era disgustata dal suo Paese, non riusciva a crederci. Io ho passato una giornata a letto e ho spento il cellulare.

Ciononostante, grazie alle mie allieve e ai miei allievi, giovani intensi, casinisti, incoerenti, provocatori, emotivi, cerco di non rientrare nel mio comodo torpore, nella mia beata indifferenza. E, soprattutto, grazie a loro, non dimentico le domande che dobbiamo sempre porci e non perdere di vista. Vengono spesso bollate come richieste ingenue, in realtà sono capisaldi che stiamo vergognosamente perdendo, senza neanche accorgerci! Allora torniamo a ragionare…

È giusto che il nostro Paese accetti questo? È giusto che una procedura, da razionale e obiettiva, diventi disumana? Posso capire che l’emotività, per certi lavori, non aiuti a svolgerli meglio, ma qui stiamo parlando di persone, come noi. Una famiglia integrata, una donna sola con due bambini è scappata nella speranza di offrire loro un futuro migliore: i suoi figli adesso si sentono a casa qui da noi. Il fratello aveva addirittura un posto di lavoro. È giusto rispedirli indietro, (ora purtroppo rischiano più concretamente il rimpatrio)? È giusto che loro, come altri rifugiati, per il nostro Paese non esistano, per anni e anni? Non possono di certo sparire (ai nostri occhi, purtroppo, sì, li chiudono nei bunker!) e smettere di respirare! È giusto negare il diritto di esistere a qualcuno? È giusto non aiutare persone che si trovano in una situazione estremamente fragile e pericolosa? E perché? Si tratta di decine di persone, forse uno o più centinaia, non siamo di certo nell’ordine delle migliaia! Qual è il problema? Sono troppe? Non credo proprio.

Per le sue amiche, per i suoi compagni è tanto ovvio, che non riescono a capacitarsene: India è una di loro, deve ottenere un permesso di dimora!

Anche noi adulti dobbiamo essere come loro: non dobbiamo smettere di indignarci di fronte alle ingiustizie, dobbiamo uscire dal torpore. Dobbiamo sbottare, come loro “è ovvio!”

Siamo un paese benestante e democratico ed è assolutamente inaccettabile che accadano vicende del genere. Riflettiamoci, riacquistando lo sguardo puro e netto del semplice buonsenso: tutte/i noi sappiamo che ciò è profondamente ingiusto, dobbiamo ammetterlo e agire.

Dania Tropea, 8 gennaio 2022

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