Il falò dell’indifferenza: Caso I°

10 Gennaio 2022 | La rivoluzione è fica!

Sabato 8 gennaio il collettivo femminista Io l’8 ogni giorno si è riunito presso la Foce di Lugano per fare un Falò dell’indifferenza, nella volontà di mettere in luce le varie forme di indifferenza – e quindi di violenza – praticate quotidianamente nei confronti delle donne.

Riportiamo qui di seguito uno dei testi che è stato letto durante l’evento, scritto da una giornalista della RSI a seguito della chiusura delle inchieste interne. Quello che emerge è quello che le donne sanno fin troppo bene: ossia che non siamo protette quando subiamo delle violenze. Nella maggior parte dei casi, come in questo, il timore di ritorsioni e ulteriori sofferenze dovute alla mancanza di un sistema legislativo efficiente ed efficace, costringono le donne a rinunciare a intraprendere azioni legali.

Il testo che proponiamo si riferisce in particolare all’articolo apparso sul sito dell’azienda dall’eloquente titoloNessun caso di molestie sessuali o mobbing in RSIe lo scopo è anche mettere in luce come la stessa RSI abbia dato notizia della questione.

L’autrice di questo testo aveva a suo tempo denunciato alle risorse umane di aver subito molestie, sentendosi rispondere che l’autore “È una brava persona, è un bravo giornalista… “…una risposta che non necessita nessun commento.


 Il giornalista si fa portavoce della RSI ed esprime quanto emerso dalle inchieste riguardanti molestie sessuali, mobbing e bossing; una fotografia poco oggettiva, ricca di risentimento, frecciatine e parole accuratamente scelte per umiliare e, dall’alto del suo privilegio, perpetrare una violenza secondaria su quelle persone che iniziano, umanamente, a perdere ogni forza per portare avanti questa lotta per la propria dignità di lavoratori e lavoratrici. 

Andiamo con ordine, dipanando dal fondo questa matassa intricata di giochi di potere. 

All’interno della RSI partirà dunque un percorso di revisione della cultura aziendale – le inchieste ne hanno comunque evidenziato i limiti – che riguarderà non solo i quadri, ma tutto il personale, affinché ci sia più consapevolezza su comportamenti, segnalazioni, procedure e sanzioni.

La SSR inoltre ha già deciso l’istituzione di antenne di ascolto indipendenti, persone di fiducia alla quale ci si può rivolgere per chiedere di essere ascoltati, ci saranno una nuova carta dei valori e un nuovo regolamento del personale. All’insegna di trasparenza, assunzione di responsabilità e tolleranza zero.

 Il giornalista parla di “tolleranza zero”, termine autorevole, da camerata, una scelta comunicativa che lascia spazio a un dubbio lecito: la RSI per rispettare e tutelare i/le propri/e dipendenti necessita di instaurare un regime del terrore? I toni parrebbero quelli, e in tal caso gli errori di una vecchia direzione non sono quindi stati l’occasione per un mea culpa e momento di crescita e consapevolezza collettiva. Eppure il direttore ha dichiarato: 

“Mi sento di poter dire, senza dubbi, che la volontà di andare in profondità è stata pienamente rispettata”, ha aggiunto Timbal.

39 segnalazioni hanno dato l’avvio all’inchiesta. L’azienda ha cercato un dialogo con i propri dipendenti creando un ambiente di condivisione e sicuro? Ha promosso questo tipo di discorso invitando le persone a denunciare? Si è rivolta a ex dipendenti, collaboratori o stagiste/i ormai lontani dall’azienda? Ha cercato la trasparenza rivolgendosi anche a quei collaboratori e collaboratrici esterne? No. 

Meno della metà di queste 39 segnalazioni – spontanee – ha voluto andare oltre la prima fase che garantiva l’anonimato, l’azienda non conosce le ragioni di queste persone appunto perché anonime, tuttavia,  il giornalista, strumentalizzando le parole di una avvocata del pool delle inchieste, cerca di far passare questa mancata volontà di proseguire con l’inchiesta come non necessaria, giacché queste persone avrebbero avuto, parafrasando, solo bisogno di sfogarsi e scrive che, cito 

“La maggior parte delle persone sentite si è detta soddisfatta di aver potuto raccontare la loro esperienza a una persona esterna all’azienda. Uno spazio di ascolto che ha permesso di elaborare quelle esperienze. Alcune persone si sono ritenute soddisfatte già solo con il mio ascolto” .

Estrapolando questa dichiarazione dell’avvocata e inserendola in questo articolo il giornalista, che è un quadro RSI, responsabile dell’informazione online, e , che sul portale rsi rappresenta la posizione dell’azienda, oltre a screditare la figura dell’avvocata che risulta così interscambiabile alla figura di psicoterapeuta senza alcun tipo di legittimità dal punto di vista di una professionista legale, non empatizza con quelle persone che hanno avuto il coraggio di affrontare, con dolore, questa prima fase, anzi il giornalista , tramite le parole altrui, sminuisce, svilisce e attua una vittimizzazione secondaria. Il suo risentimento è evidente in questo passaggio: 

“Si lanciavano accuse di “cultura dello stupro”, omertà, paura di parlare”.

Un messaggio diretto a tutte le persone che si sono esposte, quelle che hanno segnalato e quelle che le hanno sostenute. Una riga, poche parole, che ben motivano perché davvero si ha paura di parlare. Una precisazione che forse dà una pacca sulla spalla a quelle persone che si sono ritrovate segnalate, messe in discussione, ma che ora, dopo questo articolo che è schierato con loro, possono stare tranquille.

Non riconoscere per giunta che la nostra società è intrisa di cultura dello stupro (film, video musicali, cartellonistica pubblicitaria, canzoni ecc.) dimostra che non si riesce nemmeno a vedere il problema, ma il giornalista fa peggio, lo nega.

La mancata presa di consapevolezza mette ancora una volta in evidenza il divario di potere, dove da un lato si è liberi di fare e dire quel che si vuole senza mai dubitare della propria posizione e dall’altro vi è la drammatica mancanza di libertà, libertà di andare al lavoro senza paura di subire violenze, molestie, mobbing e bossing.

Basti solo passare in rassegna le segnalazioni raccolte da Swissmediatoo per rendersi conto di quanto la cultura dello stupro sia radicata. Tra gli uffici sono state dette frasi come: “sai mia moglie si sta cicatrizzando… quindi non piegarti in avanti, sarebbe troppo difficile resistere”.

Infine sono stati documentati 5 casi di lesioni – da lievi a medie – della personalità, che esposte in questo modo significa che la RSI suddivide le lesioni della personalità dei propri dipendenti in una gradazione di gravità, dove un pochino di lesione va bene, è accettato. 

Da un punto di vista comunicativo è interessante questa scelta che ha in verità l’unico fine, ancora una volta, di screditare e minimizzare le persone che si sono esposte. 

Anche se poi, il giornalista, conclude millantando una tolleranza zero. 

Nell’altra metà di persone che non si sono sentite al sicuro a proseguire con la seconda fase dell’inchiesta, nonostante l’avvocata lo ritenesse un caso valido, c’è anche il mio. 

Ho scelto di non continuare con l’inchiesta perché l’azienda non garantiva uno spazio sicuro, non garantiva l’anonimato e soprattutto, essendo in una condizione precaria, si prospettavano ripercussioni non da poco per il mio lavoro e anche per un futuro lavorativo.

Ad ogni modo, tra quella metà che ha lasciato perdere per paura c’è questo caso in cui dopo aver segnalato alle risorse umane un giornalista, lui, dopo essere stato convocato, ha pensato bene di attuare forme di violenza come: attendere che restassi sola in ufficio e mettersi alle mie spalle a tagliuzzare con delle forbici.

Perché è risaputo che, tra una diretta e l’altra, i giornalisti si dilettano con le forbici affilate nell’arte del bricolage. 

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