Dopo la messa in onda del servizio di Falò trasmesso ieri sera, il Collettivo Io l’8 ogni giorno prende nuovamente posizione, come più volte fatto in passato, sul vergognoso caso dell’ex funzionario del Dipartimento della Socialità e della Sanità.

Ci teniamo poi a mostrare, con l’immagine scelta per questo articolo, la connivenza presente anche tra le donne del Gran Consiglio – alcune sedicenti femministe – che di fronte alla richiesta di istituire una Commissione parlamentare hanno preferito astenersi o opporsi.


Tutti sapevano da anni, ma nessuno ha voluto dire o fare nulla. 

È questa la drammatica conclusione a cui si giunge dopo aver visto l’ottimo servizio andato in onda sulla RSI giovedì sera nella trasmissione Falò, relativo alla ben nota vicenda dell’ex funzionario cantonale, ora in pensione, condannato per stupro e coazione sessuale. Una condanna mite soprattutto perché la maggior parte dei reati di cui è stato accusato non sono stati giudicati in quanto caduti in prescrizione. Ma l’esito dei processi non toglie nulla alla gravità dei fatti.

Nel servizio, tre giovani donne, con una lucidità e una determinazione ammirevole, raccontano gli abusi subiti per anni, con una narrazione che fa venire i brividi e che non lascia scampo a chi sapeva e vedeva e ha fatto finta di nulla e continua ancora oggi indisturbato a fingere di non sapere.

Un funzionario incaricato dal Cantone di seguire le politiche giovanili che adotta comportamenti inadeguati, manipola le giovani donne, abusa di loro e usa violenza in modo sistematico. Alcuni degli episodi narrati si svolgono addirittura negli uffici del Cantone. Una collega ammette chiaramente come tutti in ufficio, nonostante fossero per la maggior parte psicologi o operatori sociali, sapessero e discutessero delle “preferenze” del funzionario, senza porsi problemi ma piuttosto ridendo di quanto succedeva…e dando per scontato che fosse “normale” comportarsi così. Nessuno altro/a ha detto o fatto nulla. Almeno questa donna ora si sente male, sostiene di pensare spesso a queste giovani e che le dispiace non aver fatto nulla.

Non così si comportano invece gli alti funzionari che a più riprese vengono a conoscenza di quanto succede, alcune donne si rivolgono direttamente a loro per denunciare quando accade, ma quello che più stupisce è che dopo la prima denuncia nessuno più si interessa a loro, nessuno si preoccupa di sondare meglio, di accoglierle o di sostenerle. Imbarazzante sentire dire da loro che quando sono andate a denunciare nessuno ha cercato di approfondire, di capire come stavano, trincerandosi dietro un cauto “me ne occupo”… spaventoso anche che, nonostante le derive del personaggio fossero note, si conclude che una testimone non era affidabile, senza appurare nulla. 

In seguito, anche se esistono alcuni chiari rapporti che denunciano e mostrano palesemente come tutti sapessero, nessuno agisce, non si apre un’inchiesta amministrativa, non si interviene sul funzionario, si cerca solamente di tenerlo sotto controllo affidandogli compiti amministrativi, non a contatto con le giovani…ma addirittura gli si affida una giovane stagiaire definita “vulnerabile”. Una nuova giovane vittima messa consapevolmente nelle mani del suo aguzzino. Una giovane donna che subisce abusi e violenze, ma che viene giudicata inaffidabile perché fragile e vulnerabile e che di conseguenza subisce una vittimizzazione secondaria, non credendo alle sue parole e facendo sì che si sentisse ancora più inadeguata.

Ancora oggi tutti i funzionari coinvolti rifiutano di parlare difendendo il loro operato – oggettivamente indifendibile – e sostenendo di aver agito come meglio potevano. E si tratta, non dimentichiamolo, di persone con ruoli fondamentali in campo sociale e di sostegno ai giovani o, in un caso, anche incaricate dell’aiuto alle vittime di reati. Come prevedibile nessuno nel dipartimento si è messo a disposizione per discutere dei fatti alla fine del reportage, ma neppure si sono spese due parole di scuse, di sgomento o di condanna per i fatti accaduti: un comportamento inaccettabile!

Il quadro che emerge è ovviamente un quadro di omertà e di disinteresse, una situazione connivente vergognosa che non può essere archiviata. Incredibile che ancora si tergiversi, e non si prenda in mano seriamente la questione delle molestie e degli abusi! È ora che si faccia piena luce su quanto successo, sulle responsabilità di chi sapeva e non ha detto nulla, è un atto dovuto verso tutte le vittime di allora, ma è soprattutto un atto di responsabilità per fare in modo che situazioni simili non si verifichino più. 

È fondamentale che l’amministrazione cantonale, come tutti i luoghi di lavoro, si dotino di strumenti adeguati per proteggere le donne contro le molestie e le violenze sul posto di lavoro e che si ponga fine alla cultura sessista e omofoba che permea tutte le organizzazioni. Non bastano campagne di denuncia e di prevenzione, servono servizi indipendenti (non le risorse umane) che sostengano e aiutino le vittime e che impongano tolleranza zero verso qualsiasi atto molesto, sessista, omofobo e violento. 

L’apprezzabile lavoro di indagine trasmesso dalla RSI, infine, dovrebbe ripetersi anche per la situazione che si è verificata all’interno della stessa azienda, dove è noto siano state raccolte le testimonianze di almeno 40 persone vittime di mobbing e molestie sessuali. 

La lotta contro la violenza sulle donne, contro il sessismo e l’omofobia deve continuare, il Collettivo Io l’8 ogni giorno rinnova l’invito a tutti e tutte di scendere in piazza il 25 novembre – Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne – per una Manifest-Azione in piazza Grande a Giubiasco, perché se toccano una, rispondiamo tutte!