Nel 2021 sono già 25 le donne uccise per mano del marito, ex-marito, compagno o ex-compagno. Questi episodi non sono che la punta dell’iceberg di una violenza che colpisce le donne quotidianamente. Un recente studio di Dao afferma che una donna su due è vittima di violenza domestica, maggiormente colpite le donne tra i 26 e i 45 anni. 

In Ticino la polizia riceve in media 4 chiamate al giorno per casi di violenza domestica, un dato sicuramente sottostimato perché la maggior parte delle violenze avvengono senza che siano poi segnalate e denunciate.

Siamo di fronte a un fenomeno endemico e strutturale della nostra società, un’altra pandemia che dilaga indisturbata senza che vengano messe in atto vere e proprie misure di protezione, di ascolto e di sostegno alle vittime. Non bastano le campagne di prevenzione e di educazione, serve una rete capillare e organizzata di servizi. E’ necessario che le donne possano trovare rapidamente luoghi dove essere ascoltate e credute. Bisogna smetterla con la narrazione che in qualche modo colpevolizza le donne, le responsabilizza e sostiene che alle donne manca il coraggio per denunciare.

Molto spesso il primo contatto avviene con la polizia, la polizia interviene nei momenti di pericolo e di emergenza ma poi a questo non segue una presa a carico adeguata e completa per assistere le vittime e per favorirne l’uscita dalla situazione di violenza.

Chiamare la polizia da parte delle vittime presuppone quasi inevitabilmente andare nella direzione di una denuncia, non sempre le donne possono fare immediatamente questo passo e necessitano invece di un supporto più ampio. 

Non è una questione di coraggio, le donne spesso si trovano confrontate con una società e un sistema che non le aiuta. Un sistema anzi che tende a rimettere in discussione la loro narrazione e giustifcare la violenza subita come provocata dall’agire della donna o frutto della sofferenza e della gelosia dell’uomo. Le stesse forze di polizia a volte assumono questo comportamento tendendo a sminuire la gravità della situazione e a colpevolizzare le donne. Non è raro che le donne si trovino confrontate con domande tipo: “Ma come era vestita?”- “Ma aveva bevuto?”- “Ma è sicura che lui abbia detto proprio così?”- “Ma ha una relazione con un altro uomo?”- …

Oggi siamo qui di fronte alla polizia di Mendrisio proprio per rivendicare il diritto ad un sostegno concreto e reale per tutte le donne vittime di violenza. 

E’ fondamentale che siano ampliati e diversificati i servizi e i punti di ascolto e sostegno alle donne. Non può essere solo la polizia il punto di riferimento. 

Per questo chiediamo:

  • l’attivazione di un numero unico attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, gestito da personale femminile formato nell’ambito della violenza di genere;
  • che sia promossa la possibilità di chiedere aiuto anche tramite sms, chat e mail;
  • che farmacie, supermercati e altri luoghi pubblici offrano punti di accoglienza e di ascolto;
  • l’obbligo da parte della polizia di fornire alle donne tutte le informazioni relative ai servizi e ai numeri di aiuto per le vittime;
  • la creazione di un gruppo specifico multidisciplinare da attivare in caso di segnalazioni;
  • una formazione adeguata per il personale di polizia.

Queste sono solo alcune rivendicazioni di una più ampia lista di proposte concrete che il Collettivo Io l’8 ogni giorno ha già iniziato a elaborare lo scorso anno nel Piano d’azione femminista per l’eliminazione della violenza sulle donne e che continuerà a elaborare collettivamente.

E non smetteremo nemmeno di scendere in strada per far sentire la nostra voce e la nostra rabbia! Lo faremo anche il 25 novembre – in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne – e invitiamo tutte e tutti a partecipare alla Manifest-Azione alle 18.00 in Piazza Grande a Giubiasco, perché se toccano una, rispondiamo tutte!