Da inizio anno sono già 25 le donne uccise, principalmente dal marito, ex-marito, compagno o ex-compagno. Questi episodi non sono che la punta dell’iceberg di una violenza che colpisce le donne quotidianamente. Basti pensare che in Ticino la polizia riceve in media 4 chiamate al giorno per casi di violenza domestica, un dato anche questo sicuramente sottostimato perché la maggior parte delle violenze avvengono senza che siano poi segnalate e denunciate.

Siamo di fronte a un fenomeno endemico e strutturale della nostra società, un’altra pandemia che dilaga indisturbata senza che vengano messe in atto vere e proprie misure di protezione, di ascolto e di sostegno alle vittime. Non bastano le campagne di prevenzione e di educazione, serve una rete capillare e organizzata di servizi. E’ necessario che le donne possano trovare rapidamente luoghi dove essere ascoltate e credute. Bisogna smetterla con la narrazione che in qualche modo colpevolizza le donne, le responsabilizza e sostiene che alle donne manca il coraggio per denunciare.

Non è una questione di coraggio, le donne spesso si trovano confrontate con una società e un sistema che non le aiuta. Un sistema anzi che tende a rimettere in discussione la loro narrazione e giustifcare la violenza subita come provocata dall’agire della donna o frutto della sofferenza e della gelosia dell’uomo.

Oggi siamo qui di fronte all’ospedale di Lugano proprio per rivendicare il diritto ad un sostegno concreto e reale per tutte le donne vittime di violenza. 

Gli ospedali e i pronto soccorso sono evidentemente confrontati con il fenomeno della violenza ma non sembrano avere i mezzi e le risorse necessarie per diventare un punto non solo di cura, ma anche di segnalazione, sostegno e accoglienza. La recente decisione dell’ordine dei medici di opporsi all’obbligo di segnalare d’ufficio i casi di violenza sospetti, se da una parte tutela l’integrità e l’auto-determinazione delle vittime di decidere se e quando denunciare, dall’altra, in assenza di altri strumenti di sostegno, rischia di diventare unicamente un modo per lavarsi le mani di fronte a casi di violenza.

E’ assolutamente indispensabile che le donne che finiscono in ospedale a seguito di maltrattamenti o abusi sessuali trovino servizi e strutture che possano aiutarle e personale specificatamente formato per gestire situazioni delicate come queste. 

Per questo chiediamo:

  • L’introduzione di una formazione obbligatoria per il personale sanitario sul tema della violenza di genere.
  • L’introduzione di una sorta di codice di soccorso specifico per le donne vittime di violenza sul modello del codice rosa esistente in Italia.
  • L’obbligo da parte dei sanitari di fornire alle donne tutte le informazioni relative ai servizi e ai numeri di aiuto per le vittime.
  • La creazione all’interno degli ospedali di consultori specializzati per il sostegno alle vittime di violenza.

Queste sono solo alcune rivendicazioni di una più ampia lista di proposte concrete che il Collettivo Io l’8 ogni giorno ha già iniziato a elaborare lo scorso anno nel Piano d’azione femminista per l’eliminazione della violenza sulle donne e che continuerà a elaborare collettivamente.

E non smetteremo nemmeno di scendere in strada per far sentire la nostra voce e la nostra rabbia! Lo faremo anche il 25 novembre – in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne – e invitiamo tutte e tutti a partecipare alla Manifest-Azione, perché se toccano una, rispondiamo tutte!