10 giorni, quattro femminicidi in Svizzera e un tentato femminicidio:

3 Ottobre 2021, Zurigo. Una donna di 30 anni viene uccisa con un coltello dal marito.

16 Ottobre 2021, Netstal, Glarona. Una donna di 30 anni viene uccisa con un’arma da fuoco da un connazionale. 

18 Ottobre 2021, Rapperswil-Jona, San Gallo. Una bambina di 12 anni è uccisa con un’arma da fuoco dal padre.

21 Ottobre 2021, Vandœuvres, Ginevra. Una donna di 58 anni viene uccisa con un’arma da fuoco dal marito.

22 ottobre 2021, Solduno, Ticino. Una donna di 22 anni è vittima di tentato femminicidio con unarma da fuoco dall’ex compagno.

Un elenco spaventoso, agghiacciante, di una violenza inaudita, insopportabile, inaccettabile.


BAAASTAAAA!!! 

Bisogna fare qualcosa subito per proteggere le donne dalle violenze maschili che sono perpetrate da uomini di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali. Il problema è sistemico perché legato non a singoli casi di disagio individuale, ma perfettamente immerso nella struttura patriarcale della nostra società. 

Il copione, purtroppo, sembra essere sempre lo stesso e appare inaccettabile che le violenze denunciate dalle donne non servano a proteggerle e che si continui a sostenere che certi eventi non siano prevedibili.

La storia della donna di Zurigo sembra uscita da un manuale di criminologia: lui la picchia “spesso” – così sostengono i vicini di casa – lei ad un certo punto riesce lasciarlo (chissà che fatica, chissà che paura), lui non la prende bene e comincia a molestarla, perseguitarla, con una violenza tale da permetterle di ottenere un provvedimento restrittivo. Il provvedimento entra in vigore sabato, lui la uccide il mercoledì successivo. È il ventiduesimo femminicidio in Svizzera nel 2021

Anche la ragazza vittima di tentato femminicidio nel Locarnese aveva ottenuto un provvedimento restrittivo nei confronti dell’ex compagno che, ugualmente al caso di Zurigo, non è stato rispettato dall’uomo e che, con tutta evidenza, non è servito nemmeno in questo caso a proteggere la donna da una violenza tanto efferata da metterla in pericolo di vita. 

Cosa possiamo fare tutte e tutti?

Quante donne devono ancora morire prima che ci si renda conto che questo tipo di soluzioni sono insufficienti e per nulla efficaci?

Viste le lacune legislative del nostro Paese in merito alla protezione delle donne dalla violenza, sorge una domanda inerente quello che può fare la società civile di fronte a situazioni di questo tipo, soprattutto se la violenza è nota. I vicini di casa della donna di Zurigo hanno infatti sostenuto di essere a conoscenza del fatto che la donna fosse “picchiata spesso”. Un’affermazione che evoca l’atteggiamento connivente della società nei confronti dell’assassino e ci porta a riflettere sulla solitudine in cui possiamo immaginare si sia trovata la donna, per la mancanza di una rete solidale che forse avrebbe dovuto provare ad aiutarla e proteggerla.

Se si è a conoscenza di situazioni di violenza, è un dovere civico denunciare. L’indifferenza è un atteggiamento meschino che non aiuta nessuna di noi. 

Il possesso di armi

Molti femminicidi, soprattutto quelli commessi con un’arma da fuoco, risultano essere letali per le vittime e sorge spontaneo chiedersi come sia possibile che uomini con un provvedimento restrittivo abbiano così facile accesso alle armi da fuoco? 

La Svizzera risulta essere un paese con un’alta diffusione di armi da fuoco nelle economie domestiche private; secondo le ultime stime si parla circa due milioni di armi presenti nelle case elvetiche.  

Appare logico, ma è confermato anche da studi e statistiche, che soprattutto nell’ambito domestico, la presenza o l’impiego di armi da fuoco rappresenta un potenziale di violenza e pericolo considerevole. Pertanto, la correlazione tra disponibilità di armi da fuoco e femminicidi è scientificamente provata. 

Nonostante l’inasprimento delle basi legali per il possesso di armi in Svizzera negli ultimi venti anni, il tasso di reati violenti non ha subito rilevanti oscillazioni, risulta quindi necessario riflettere sulle misure messe in atto e sulla loro effettiva efficacia. 

I prossimi passi della Confederazione

In Svizzera è attesa l’entrata in vigore, il primo gennaio del 2022, del nuovo articolo 28c del Codice civile, che prevede l’introduzione di un braccialetto elettronico per autori di minacce e violenze su esplicita richiesta della vittima. Anche il nostro Cantone deve prepararsi e, visto che in media la polizia ticinese interviene 4 volte al giorno per violenza domestica, le nostre autorità hanno pensato che acquistare 5 braccialetti elettronici sia un investimento iniziale adeguato al contesto. 

La nuova procedura avviene in ambito civile e non penale, quindi prevede una sorveglianza passiva dell’autore di violenze e non permette un intervento immediato delle forze dell’ordine in caso di mancato rispetto del distanziamento. Questo significa che un eventuale controllo delle infrazioni è svolto a posteriori e, come dichiarato dal direttore del Dipartimento delle Istituzioni, “starà poi al pretore valutare se la persona abbia violato troppo le misure imposte”… Troppo?…?…? Questo significa che non basta che siano violate le misure restrittive, vi è comunque un margine di tolleranza verso minacce e violenze? Quali i criteri per stabilire gli eventuali limiti? Il solo senno? 

Non è nemmeno chiaro quali siano i tempi e le frequenze di controllo delle infrazioni del detentore del braccialetto elettronico. Uno strumento quest’ultimo che si crede possa essere un deterrente per il molestatore ma che parallelamente sembra mantenere salda la convinzione che sia sempre necessario appurare le segnalazioni della vittima, perché le testimonianze delle donne, quando parlano di violenze, vanno sempre verificate fino in fondo. Solo così infatti si potrà, almeno in parte, comprendere e giustificare l’agire del molestatore, che solitamente sguazza nel mare della sofferenza amorosa o del disagio esistenziale.

Dalla parte delle donne

Ma nel formulare queste proposte ci si chiede come si sente una donna che ha ottenuto un provvedimento restrittivo verso qualcuno che la perseguita, la minaccia, la spaventa? Di solito si tratta di un uomo che quasi sempre è l’ex partner o qualcuno della cerchia di affetti, una persona che conosce bene la sua vittima.  

Come dimostrano i soli casi di femminicidio degli ultimi giorni, le misure restrittive purtroppo non servono a proteggere le donne. L’introduzione del braccialetto elettronico, seppur mossa dalle migliori intenzioni, appare proposta in una formula eccessivamente blanda, che rischia di avere scarsi o nulli effetti. Intanto restiamo in attesa di scoprire quanto tempo ci vorrà e quante donne dovranno ancora essere vittime di violenza e femminicidio prima che l’obiettivo di digitalizzazione e di maggiore efficienza del controllo di autori di violenza, recentemente dichiarato dalla consigliera federale Karin Keller-Sutter, trovi una sua concreta realizzazione.  

Restano valide e quanto mai attuali le rivendicazioni del Collettivo femminista Io l’8 ogni giorno presenti nel Piano d’azione femminista per l’eliminazione della violenza sulle donne, dove si chiede, tra le altre cose, l’introduzione di un numero di emergenza  specifico attivo 24/h, il rafforzamento di tutti i servizi di protezione e accompagnamento delle vittime di violenza, per esempio attraverso un reddito di emergenza e la moltiplicazione dei luoghi e delle forme di accoglienza, ascolto e presa a carico.

In questo anno di crescita spaventosa dei femminicidi in Svizzera (per ora già 25 nel 2021, contro i 16 nel 2020), il Collettivo femminista Io l’8 ogni giorno ha deciso di organizzare una Manifest-Azione in occasione del 25 novembre – Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne – proprio su quest’altra dilagante pandemia.