“Ciao, tutto bene? F…”.

È stato questo il primo di una lunga serie di messaggi email che ho ricevuto per diversi mesi.

Quando l’ho letto, ho subito cominciato a pensare a quante persone conoscessi con questo nome, ex colleghi, vecchi compagni di scuola o persone incontrate per caso.

Per non sembrare sgarbata ho risposto molto tranquillamente: “Bene, ma scusa non ho capito chi sei”. 

Da quel momento sono iniziati messaggi quasi quotidiani dai contenuti molto più ambigui e pesanti. Spesso questi messaggi facevano riferimento in modo esplicito alle mie azioni in politica o all’interno del movimento delle donne. 

Aprire la mail era diventata per me un’operazione molto difficile: la paura di ricevere i suoi messaggi, il sollievo quando non era così e l’attesa di altri messaggi in arrivo.

Controllare la posta elettronica, un’operazione che svolgevo quotidianamente senza pensarci, si era trasformata in un momento molto complesso e carico di tensione.

Continuavo a chiedermi: “Cosa faccio?”

Inizialmente ho deciso di non rispondere poi, ad un certo punto, spazientita, ho risposto per le rime cercando di metterlo a tacere…evidentemente non l’ha presa bene.

Per un certo periodo è rimasto in silenzio lasciandomi in una situazione che mi creava emozioni opposte: il sollievo da una parte ma la paura che un giorno o l’altro potesse ritornare.

Provavo anche rabbia perché mi rendevo conto che era sempre lui con le sue azioni a determinare i miei stati d’animo. Una situazione che generava poi verso di lui sentimenti contrastati: fastidio e insofferenza, ma anche compassione e quasi quasi un senso di colpa.

Mi inquietava sapere che c’era qualcuno in attesa di qualche notizia sulle attività che svolgevo pubblicamente per avere l’occasione di manifestarsi e farmi sentire sotto controllo, ma allo stesso tempo pensavo che un uomo così non poteva che vivere una vita molto triste e solitaria.

Insomma queste persone sono proprio molto abili nel farci sentire in qualche modo colpevoli invece che vittime.

In quel periodo ho dovuto affrontare anche un trasloco, un’attività che mi ha preso evidentemente molte energie e molto tempo. Sono così riuscita a non pensare più molto a lui e alle sue maledette email.

Ma come ogni cacciatore che si rispetti ha atteso il momento giusto per affondare la sua preda…appena istallata nel nuovo appartamento ricevo un messaggio: “Allora tutto bene? Si sta bene in via ….?”.

Ricordo come fosse ieri la paura che ho provato, questo personaggio non solo seguiva la mia attività politica che in qualche modo è comunque pubblica, ma sapeva dove abitavo e dove abitavano i miei figli e la mia famiglia.

Rientrare a casa, aprire il portone era diventato per me difficilissimo, la sensazione di essere seguita, di ritrovarmelo sulle scale o peggio ancora che potesse presentarsi a casa mia quando i miei figli erano soli, mi perseguitava e non mi lasciava mai in pace. 

Mi è sempre piaciuto poter stare a casa da sola, gustarmi dei momenti di pace e di silenzio, ma in quel periodo questa cosa mi metteva paura e addirittura cercavo di evitarlo…Una bruttissima sensazione che mi destabilizzava parecchio.

Non sapendo cosa fare, ho deciso di recarmi in polizia e denunciare l’accaduto. Mi ha ricevuto un agente relativamente gentile.

Gli ho consegnato tutte le mail, speravo di trovare sostegno e accoglienza e invece persino lui mi ha fatto notare che avrei fatto bene a non rispondere mai ai suoi messaggi…

…Mi rimprovera dicendomi: ”Insomma! Signora anche lei l’ha provocato!” 

Non potevo credere a cosa mi stava succedendo, per aver risposto due volte a dei messaggi carichi di insulti, offese, insinuazioni e alla fine forse anche minacce diventavo improvvisamente io la colpevole di quello che mi stava succedendo.

Ero davvero disperata, ma ho cercato di mantenere il controllo e ho comunque chiesto all’agente di fare il suo lavoro e ho fatto la denuncia. 

Ovviamente mi ha detto che c’era poco da fare…ma che mi avrebbe fatto sapere. Ho aspettato qualche mese e poi mi è stato comunicato che erano risaliti alla mail da cui erano stati inviati i messaggi, ma non corrispondeva a nessuna persona in particolare e che quindi consideravano l’indagine chiusa.

Da quel giorno i messaggi sono terminati.

Ormai sono passati anni, ho cercato di dimenticare, ma non mi fa stare bene non sapere chi fosse e mi chiedo se e che cosa abbia eventualmente fatto la polizia. 

Polizia il cui approccio è stato a dir poco disarmante, non oso immaginare come possano essere trattate donne che subiscono situazioni anche più gravi della mia…

Ho percepito molto bene che siamo sole di fronte a queste situazioni, che una rete di sostegno non esiste e che c’è ancora molto lavoro da fare.

Ancora oggi rendere pubblica questa storia mi fa male e mi reca qualche preoccupazione…e se questa azione dovesse risvegliare il mostro?


Con cyberstalking si intende lo stalking commesso con tecnologie e mezzi di comunicazione elettronici (e-mail, social media, app, sistemi GPS ecc.). A differenza di altre forme di prese di contatto indesiderate, molestie o minacce su Internet (cyberbullismo, cybermobbing, trolling), il cyberstalking presenta le stesse caratteristiche dello stalking.

È considerato cyberstalking

• cercare continui contatti indesiderati con la vittima via e-mail, social media ecc.; 

• utilizzare l’identità online della vittima per inviare messaggi compromettenti ad altre persone o istituzioni; 

• effettuare acquisiti o vendite su Internet in nome della vittima;

• pubblicare immagini (vere o ritoccate) della vittima, creare una homepage in suo nome; 

• infettare con virus o installare software di sorveglianza sugli apparecchi della vittima;

• bloccare la mailbox della vittima inondandola di messaggi;

• pubblicare dati personali della vittima per incoraggiare terzi a molestarla. 


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