La pensione delle donne non si tocca, la difenderemo con la lotta!

65 anni abbiamo già votato, il nostro NO va rispettato!

Il nostro lavoro deve essere pagato, mandiamo in pensione il patriarcato!

Siamo in tante e siamo arrabbiate, la nostra pensione non ce la fregate!

Siamo marea e non ci fermeremo, le nostre pensioni noi difenderemo!

Fino a 65 anni ci fate lavorare, la pensione vera non ci volete dare!

Abbiamo lavorato, abbiamo lavorato, vogliamo una pensione per ciò che abbiamo dato!


Con questi slogan il collettivo femminista  Io l’8 ogni giorno ha animato il corteo della manifestazione di Berna, tenutosi il 18 settembre 2021 per protestare contro la Riforma AVS 21

Non abbiamo solo gridato la nostra rabbia e opposizione al progetto di innalzamento dell’età pensionabile delle donne, ma abbiamo voluto fermare per un attimo il corteo, per sottolineare che noi donne siamo stanche. Siamo stanche di subire discriminazioni per tutta la vita!


Durante il corteo, sul furgoncino che animava parte della manifestazione, il collettivo femminista Io l8 ogni giorno ha preso parola con un discorso scritto e letto dalle lottatrici più giovani, che hanno così portato il punto di vista delle ragazze che sono ancora in formazione o che hanno appena concluso il loro percorso di studi in merito alla Riforma AVS21.

Quando ci viene chiesto perché delle giovani donne, in età scolastica o appena laureate, si interessano alla pensione e all’AVS21, come se riguardasse unicamente le donne più adulte, ribadiamo che è un fatto che interessa tutte le donne indipendentemente dall’età.

Essere qui oggi per noi significa ribadire che anche le giovani donne non ci stanno e non si fanno fregare, significa ribadire che non siamo disposte ad accettare una riforma che non riconosce il destino fatto di lavori mal pagati, non pagati, di discriminazioni e di sessismo. Siamo qui per ribadire che la pensione tocca tutte le donne e che tutte le donne risponderanno.                                                                                                                

Quella pensione che quando eravamo piccole ci sembrava la vacanza per eccellenza perché le nostre nonne e i nostri nonni ne parlavano come del periodo privo di preoccupazioni, atteso e meritato, dopo aver passato la vita a lavorare.

Ma ci sembrava anche qualcosa di molto lontano, sempre più lontano, visto che negli anni l’età di pensionamento delle donne è passata a 63 anni nel 2001 e poi a 64 nel 2005 ed ora ci dicono che – in nome di una presunta parità – dovrà salire a 65 anni.  

Ma all’epoca, a dire il vero, non ci pensavamo molto a quella pensione sempre più lontana.

Ci si presentava davanti invece il mondo della scuola in cui ci veniva detto che ci aspettava un futuro radioso e un mondo da conquistare, lì alla portata delle nostre ambizioni. 

Ma alla portata di chi? Durante le scuole ci viene implicitamente detto che non siamo adatte a determinate professioni e che forse siamo più portate per altre, come l’insegnamento, l’educazione e la cura. E guarda caso già di base questi lavori, considerati femminili, sono pagati nettamente meno rispetto a quelli destinati agli uomini.

Ma poi ci siamo dette, che non importava e che noi avremmo fatto quello che ci pareva e saremmo riuscite ad avere la posizione che ci aspettava. E così scegliamo, se fortunate, lo studio che più ci piace e entriamo nel mondo del lavoro.

Allora ci rendiamo conto che gli ostacoli sono appena iniziati.                                                                                                          

I primi tempi accetteremo stage sottopagati e con condizioni lavorative pessime, ma in fondo dobbiamo pur farci un’esperienza lavorativa per essere competitive sul mercato del lavoro.

Già, competitive sul mercato del lavoro, ma cosa vuol dire essere competitive sul lavoro per una donna? Al mio primo stage il mio capo per complimentarsi del lavoro da me svolto mi ha detto che ero proprio una donna da sposare… e lavoravo in archivio.    

Seguirà la trafila dei primi posti precari, le prime domande nei colloqui di lavoro se abbiamo intenzione di diventare presto mamme e i primi salari più bassi rispetto ai colleghi uomini, che non trovano nessuna giustificazione, se non l’essere donna – in CH le donne hanno un salario più basso del 19% rispetto agli uomini.                                            

Ma poi una vocina ci dice di non preoccuparci che quando avremo il nostro posto fisso, quando ci conosceranno e riconosceranno il nostro valore, allora cambierà tutto e chissà riusciremo anche a fare carriera.

Carriera che sfumerà gradualmente davanti a nostri occhi quando vedremo i colleghi più giovani e impreparati di noi avere quel posto a cui stavamo ambendo da anni.

Allora lì salirà la rabbia e penseremo alla nostra amica Anna che ancora a trentacinque anni non ha un lavoro fisso, ma si barcamena tra svariati lavoretti precari (in Svizzera le donne sono il 74% delle persone sotto-occupate, ossia persone occupate a tempo parziale che però vorrebbero poter lavorare di più); a Bea che, appena partorito, ha dovuto lasciare il lavoro per stare a casa con la bimba perché il marito guadagna 3 volte di più di lei e i posti al nido sono pochissimi; a Francesca, con i bimbi finalmente all’asilo, che è costretta a lavorare part-time (in Svizzera solo il 18% delle madri attive professionalmente torna al lavoro dopo le 14 settimane di congedo maternità; la maggior parte delle donne prende congedi non pagati o interrompe l’attività professionale); a Svetlana che corre tutto il giorno da una casa all’altra per far le pulizie, ma fatica ad arrivare a fine mese  (in Svizzera i 3/4 dei posti di lavoro con i peggiori salari sono occupati da donne); e a nostra zia che licenziata a cinquantacinque non ha grandi speranze di ritrovare un vero lavoro (in Svizzera solo il 14% dei disoccupati con più di 55 anni ritrova un vero lavoro).                                                                                                                        

Allora ci chiederemo se sarà la pensione il tempo del nostro riscatto e del riscatto delle nostre amiche, delle nostre sorelle e delle nostre mamme.

Ma sappiamo che non sarà così e siamo arrabbiate per questo. 

Questi sono i motivi per cui già alla nostra età ci preoccupiamo della pensione: la responsabilità del lavoro di cura, la differenza salariale, la svalorizzazione delle professioni “femminili”, la disoccupazione, il precariato femminile, i lavori part-time, la difficoltà nel ritrovare lavoro dopo la maternità hanno un diretto impatto sulle nostre rendite e di conseguenza sulla nostra pensione, in media del 37% inferiore rispetto a quella degli uomini.

Siamo arrabbiate perché si vogliono far lavorare le donne un anno in più fregandosene di queste ingiustizie.

Siamo arrabbiate perché vogliono far passare questa riforma con il pretesto della parità.

Siamo arrabbiate perché già nel 2017 abbiamo detto di no all’innalzamento dell’età pensionabile delle donne a 65 anni, e continuano a riproporcelo.

Siamo arrabbiate perché, a questo ritmo, quando andremo in pensione noi, l’età di pensionamento sarà per tutte e tutti a 70 anni.

Siamo arrabbiate perché ancora una volta sono le donne che devono farsi carico di una presunta e allarmistica penuria nelle casse pensioni.                                                                                                                    

Per questo siamo qui a manifestare e per questo crediamo sia importante che tantissime nostre coetanee inizino a lottare insieme a noi.

Lottiamo per una vera riforma del sistema pensionistico che tenga in considerazione le disparità delle donne nel mondo del lavoro.

Lottiamo per una riforma che riconosca tutti i lavori riproduttivi e di cura di cui le donne si fanno carico.

Lottiamo per una riforma che sia davvero giusta e paritaria. Lottiamo per difendere le nostre pensioni.