Cosa rimane ora che si è posata la polvere sollevata dalle ruspe che sabato notte hanno cancellato fisicamente, con un gesto di una violenza inaudita, lo spazio in cui per decenni si è concretizzato il sogno di un altro mondo possibile all’interno dell’autogestione del CSOA Il Molino?

Per ora viene segnalata l’inagibilità del cortile scolastico delle Scuole Lambertenghi, attigue allo stabile ex Macello. Misura attuata per prevenire eventuali contatti con sostanze nocive sprigionate dalla demolizione. Bambine e bambini, dopo un anno a scuola con il Covid, ringraziano.

La giornata di sabato 29 maggio è stata gioiosa e irriverente. Finalmente, ritrovarci con i nostri corpi in strada per riaffermare il diritto a vivere e a praticare esperienze di autonomia e pratiche slegate dall’imposizione di un modello socioculturale dominante, ha ridato sorrisi ai volti da mesi coperti da mascherine.

Il corteo che ha sfilato per le vie del centro di Lugano è stato pacifico e festoso. Molte giovani donne e ragazze hanno sfilato nello spezzone transfemminista, insieme a persone di tutte le età, militanti, simpatizzanti, c’era tutta la società civile unita nella volontà di affermare l’importanza che ha uno spazio sociale autogestito e autonomo nel tessuto del centro cittadino e per rivendicare il diritto ad avere un’alternativa alla movida gestita dagli affaristi luganesi. Chi crede in questi valori sapeva perfettamente che non poteva mancare.

La decisione di riaffermare la volontà di ottenere dal Comune di Lugano uno spazio nel cuore della città e non ai suoi margini – come proposto nella difficile trattativa in corso -, con l’occupazione temporanea dello stabile dell’ex Istituto Vanoni in via Simen sarà poi presa a pretesto per la demolizione di parte dello stabile dell’ex Macello.

Giusta rivendicazione o cieco errore strategico compiuto dai manifestanti, lasciamo ad altr* la sentenza.

Quello che però è successo dopo l’occupazione temporanea denota una lucida e spietata pianificazione attuata delle istituzioni. Molt* hanno associato le ruspe allo stile “salviniano”, ma a guardare meglio, forse la modalità di azione in questa operazione dovrebbe far correre la nostra mente a luoghi più lontani.

Da anni lo stato d’Israele è laboratorio di pratiche di repressione sproporzionate nei confronti della resistenza palestinese e avanguardia nella progettazione e diffusione di tecnologie militari per la sorveglianza e lo spionaggio, in chiave antiterroristica.

Tra le varie pratiche attuate, una di esse è la demolizione punitiva delle abitazioni di persone che sono semplicemente sospettate di terrorismo, demolizioni che vengono compiute al di fuori di ogni legalità, estremamente sproporzionate nella loro dimensione, accompagnate da una narrazione che cerca di nascondere questa violenza istituzionalizzata sotto la giustificazione della sicurezza sociale e del diritto alla difesa. Ugualmente a Lugano si è agito di notte, senza un permesso di demolizione, con uno spiegamento di forze sproporzionato al numero di manifestant* e alle intenzioni, giustificando il tutto con una presunta minaccia incombente.

Ad alcun* questo paragone potrebbe risultare eccessivo, vista la percezione per cui nella civile Svizzera, solida democrazia semidiretta, non possa esserci il dissenso o solo una narrazione diversa da quella ufficiale, perché la società poggia sul consenso e la partecipazione attiva di cittadini e cittadine nella politica. 

Ma quello che è successo sabato sera dimostra ben altro. Dimostra come la politica ha lasciato via libera alla polizia, la quale ha attuato con cinismo machiavellico una perfetta strategia militare.

Due i fronti: l’ex Istituto Vanoni e l’ex Macello, presi d’assalto quasi contemporaneamente e circondati da cordoni di polizia. L’ex Macello fatto sfollare, l’ex Vanoni assediato. Naturalmente, vista la presenza di chi aveva pacificamente occupato lo spazio, le persone solidali si sono concentrate in via Simen, ai due lati della via bloccata dai cordoni di polizia che tenevano in scacco gli occupanti. Tra quest’ultimi erano presenti molt* ragazz* minorenni e, tra i solidali, molti erano genitori che cercavano di capire e di liberare figli e figlie presi in ostaggio, e poi ragazz*, adulti, anziani, giornalist*, la stessa variegata e pacifica composizione che aveva sfilato nel pomeriggio per le vie del centro di Lugano.

Impossibile, anche per gli e le avvocat* presenti riuscire a trovare un responsabile con cui interloquire, omertà totale sulla direzione dell’operazione.

Mentre si consumava questo grottesco teatrino, condito con uno schieramento di polizia esageratamente sproporzionato – con furgoni della polizia che sfrecciavano contromano in Piazza Molino Nuovo e lungo via Trevano e poliziotti in divisa antisommossa e scudi a chiudere ogni accesso laterale a via Simen – creando uno scenario surreale e dando l’impressione che ci fossero da fronteggiare folle di facinorosi agguerriti, le ruspe entravano in azione all’ex Macello.

L’unico atto violento riscontrato è stata la testata (beffarda coincidenza) sferrata da un agente di polizia ad un madre che provava a dialogare con l’agente per superare il cordone di sicurezza e cercare la figlia quindicenne. Inoltre, in perfetto stile machista, il poliziotto ha redarguito la donna sulla sua presunta incapacità di essere una buona madre: “se l’avesse educata bene, sua figlia non sarebbe qui!”.

Eppure, per la cronaca, il violento è chi “dissente”.

Tenere in scacco le persone solidali, con la minaccia di un’operazione di forza per sfollare ragazze e ragazzi assediati all’ex Vanoni e agire demolendo uno spazio della cultura alternativa praticata con l’autogestione per creare confusione e scompostezza insieme alla falsa percezione di un pericolo inesistente, a fronte di un’organizzazione rapida e perfettamente pianificata.

Tutto questo si è svolto con una delega da parte del potere esecutivo a quello di polizia, senza una chiara e limpida discussione politica. Anche in questo caso saranno altr* che dovranno accertare le responsabilità e le dinamiche che hanno portato all’attuazione di questa sproporzionata misura violenta e repressiva. Teniamone però conto il 13 giugno, quando andremo a votare per il Referendum inerente la legge federale sulle misure di polizia per la lotta al terrorismo.

Nell’ottica di questa narrazione distorta e securitaria, per cui una richiesta di libertà e autodeterminazione è vista come minaccia dell’ordine costituito, sabato siamo stati tutte e tutti TERRORIST*.

Non vogliamo delegare ulteriore potere alla polizia! Non vogliamo dare spazio ad azioni di questa natura!