17 novembre 1980, Pentagono. Migliaia di donne, alcune delle quali vestite da streghe, organizzano un corteo funebre in memoria di tutte le donne vittime della guerra e del produttivismo. Trasportano marionette giganti, alte sei metri, che simboleggiano i loro sentimenti verso la mortifera politica del governo. Circondano il Pentagono, tessono enormi ragnatele con fili di lana, ballano e cantano, tengono discorsi politici e lanciano incantesimi. 

Ottobre 1983, Inghilterra, base militare di Greenham Common. Nel cuore della notte, donne di tutte le età, travestite da orsi e cosparse di miele, irrompono in una zona militare altamente protetta. I militari, colti di sorpresa, non sanno come intervenire per paura di rendersi ridicoli bloccando a terra delle donne-orso ricoperte di miele… 

L’arte della lotta (eco)femminista

Spesso ignorate o dimenticate, le azioni e le strategie adottate in molti paesi dalle donne in lotta colpiscono per la loro immaginazione e creatività. Una cosiddetta “mancanza di serietà” che gli uomini – anche quelli che dicono di essere solidali – hanno spesso criticato. Eppure, queste strategie si sono rivelate in vari casi anche molto efficaci. A Greenham Common, per esempio, l’accampamento di donne contro l’installazione di missili nucleari è durato quasi 20 anni. Nonostante diverse espulsioni, le donne hanno resistito rioccupando il terreno e organizzando regolarmente manifestazioni, blocchi, sabotaggi o incursioni nella base militare. Decine di migliaia di donne di ogni tipo, pensionate, studentesse, lesbiche, casalinghe, operaie, si sono impegnate in azioni dirette, senza esitazione e senza timore delle conseguenze. Come ha raccontato un’antiquaria di 60 anni che ha partecipato a numerose incursioni e sabotaggi: “Stiamo sfidando la polizia, le truppe, il Dipartimento della Difesa e le prigioni in ogni modo possibile e immaginabile. Vi dico che è un’esperienza molto liberatoria – anche se si rischia di andare in prigione per questo. Pensate a quanto sarebbero terrorizzati i governi se questa mentalità si diffondesse. Forza, provateci!”. (Cook, Kirk, 2016, p.35) 

Sovvertire le identità assegnate

Immaginare di lottare e resistere in ogni modo possibile e immaginabile significa far esplodere le distinzioni tra il politico, il privato, il sacro, l’utopico e il reale. Alle politiche poco fantasiose, burocratiche e mortifere degli uomini in cravatta e in uniforme, queste donne hanno opposto una “politica libidinale” (Ynestra King), una politica della vita e dell’amore per la vita. Queste donne, queste madri, queste nonne, hanno fatto proprio il ruolo di “protettrici della vita”, che la società aveva loro imposto, per affermare il loro diritto di proteggere con tutti i mezzi – legali o illegali – la vita di tutta la società contro la minaccia nucleare. 

Molte persone, anche tra le femministe, non hanno capito questo approccio e lo hanno denunciato come ‘essenzialismo’. Si tratta, tuttavia, di accuse semplicistiche e superficiali, perché incapaci di vedere che in realtà vi era una deliberata finta ingenuità nelle azioni e nei discorsi di queste donne che hanno scelto di giocare con gli stereotipi di genere e di confondere le linee assumendo sì le identità assegnate di “madri” e “casalinghe”, ma per usarle contro il sistema che le aveva oppresse. 

Questa capacità di sovvertire gli stereotipi è centrale in molte altre lotte femministe, per esempio nell’uso frequente del proprio corpo e della nudità come strumento di lotta, o nell’irriverente (auto)ironia con cui, già negli anni ’70, le femministe concludevano i loro manifesti firmandosi come “puttane” o “madri indegne”.

Ballare la rivoluzione

A lungo escluse dalla “vita attiva”, dalla città democratica, dagli spazi pubblici e dai luoghi di potere, molte femministe non cercano di integrare – docilmente e in tailleur – la sfera politica imitando e adattandosi a codici inventati e dettati dagli uomini, bensì vi irrompono mostrando la loro diversità e con una chiara volontà di reinventare le regole stesse dell’azione politica. Con le loro lotte, le donne portano così nel mondo tipicamente maschile della “politica” altri mondi che ne sono stati esclusi, come la danza, l’arte, la creatività e la magia. “Se non posso ballare… non è la mia rivoluzione“: questa affermazione, attribuita alla femminista e anarchica Emma Goldmann, esprime bene l’ethos di molte lotte (eco)femministe, dalle donne indiane del movimento Chipko che si sono opposte allo sfruttamento capitalista delle loro foreste abbracciando gli alberi, alle impressionanti batucades (concerti di percussioni) o murgas (guggen teatrali di protesta) femministe durante le manifestazioni in America Latina. E come non sottolineare il forte impatto avuto in tutto il mondo da El violador eres tu, accusa/canto/danza creato dal collettivo cileno Las Tesis.

Anche gli scioperi femministi svizzeri del 14 giugno 1991 e 2019 si sono contraddistinti per il loro carattere creativo, inventivo e sovversivo. E non solo perché questo è stato necessario per rendere visibile il lavoro invisibile delle donne e permettere a tutte noi di trovare forme di partecipazione, ma anche perché è così che ci piace lottare. Perché ciò che ci spinge di riunione in riunione, di azione in azione, non è solo la nostra collera e il nostro desiderio di libertà, ma anche la gioiosa e irriverente potenza collettiva che ognuna di noi può sperimentare quando ci incontriamo nelle riunioni non miste e quando, con rabbia, gioia e irriverenza, inventiamo insieme un nostro modo di lottare.