In queste settimane hanno preso avvio le manifestazioni per celebrare i cinquant’anni del suffragio femminile in Svizzera, una data storica quella del 7 febbraio 1971, certamente fondamentale per il percorso verso la parità istituzionale di uomini e donne.

Quello che si percepisce però è più la volontà di commemorare un traguardo tardivo, piuttosto che approfittare dell’opportunità di riflettere criticamente sulla condizione delle donne nel Paese oggi e sulle questioni che, nonostante il diritto di voto, eleggibilità ed altre conquiste formali, restano aperte e irrisolte.

Per ricordare l’evento, è prevista la creazione di una moneta d’oro commemorativa del suffragio femminile in Svizzera, così come l’edizione speciale di un francobollo a tema, offerte che non sembrano poter avere qualche impatto per migliorare la condizione reale delle donne nel nostro Paese

Tra le molteplici attività organizzate, al momento è noto che il 1 agosto – “la festa dei padri”- sarà previsto in versione femminile, quasi che una riunione sul praticello del Grütli, emblema del patriottismo e nazionalismo, magari sventolando bandierine rossocrociate, possa avere qualcosa a che fare con la lotta femminista. 

Infine, è previsto un lungo giro in motocicletta, tutto al femminile, attraverso i passi alpini. Ovviamente tutte le donne devono sentirsi libere, se lo vogliono, di guidare una motocicletta e andare dove credono, ma che si organizzi una simile iniziativa per celebrare il cinquantesimo anniversario del diritto di voto appare un goffo tentativo di emulare il maschio. 

In effetti proposte come queste  sembrano comunicare alle donne un messaggio molto chiaro, del caso a qualcuna fosse sfuggito: anche noi possiamo fare le stesse cose dei maschi e allo stesso modo. Questo tipo di approccio è pericoloso e fuorviante. Prima di tutto ci induce a pensare che se le donne possono fare le stesse cose degli uomini, debbano effettivamente farle, poi ci illude che la parità sia davvero raggiunta e che il femminismo non abbia ragion d’essere. Dopodiché ci sono questioni ancora più profonde, più importanti come l’annullamento e l’appiattimento del femminile, quasi a proporre un’omologazione con il maschile, ignorando che la diversità è ricchezza e che le donne e gli uomini non sono uguali. L’uguaglianza formale è stata raggiunta, quello che manca è il riconoscimento e la valorizzazione sociale delle donne

Stupisce che, nel voler ricordare questo evento e sottolinearne l’anniversario, non vi sia stata l’intenzione di abbinare a queste celebrazioni delle ricorrenze altrettanto importanti: si pensi infatti che quest’anno sono quarant’anni dall’articolo costituzionale per la parità dei sessi (1981) e venticinque dalla legge sulla parità (1996), lo si pensi soprattutto dopo l’enorme mobilitazione del 14 giugno 2019. Sembra logico chiedersi come mai, in questi festeggiamenti, non vi sia un chiaro riferimento allo sciopero e a questi anniversari.

Forse perché parlare di parità come problema sociale obbligherebbe a riflettere maggiormente sui reali problemi delle donne in Svizzera, in un momento di particolare crisi come quello che stiamo vivendo, in cui, è sotto gli occhi di tutti e di tutte,  gli effetti della pandemia sono particolarmente penalizzanti per le donne? Forse un collegamento con l’articolo costituzionale sulla parità renderebbe inevitabile un riferimento alla mobilitazione del 14 giugno 2019, che imporrebbe un discorso ben più profondo e, forse, spinoso? Un discorso in cui non ci si può esimere dal riconoscere l’esistenza di un femminismo più militante, transezionale anche in Svizzera che rivendica a gran voce rapidi e radicali cambiamenti? 

E così, mentre i collettivi femministi invitano le donne a mobilitarsi per il 14 giugno 2021, a prendere posizione in merito all’iniziativa antiburqa, ad agire contro la Riforma AVS2021 e ad opporsi alla proposta di revisione del diritto penale in materia di reati sessuali, altri gruppi di donne brindano ai cinquant’anni di diritto di voto ed eleggibilità, distogliendo l’attenzione dai problemi reali del presente. 

Un modo di fare che mette in luce le conquiste delle donne attraverso vecchi schemi legati alle logiche patriarcali, per cui  si tollerano ed eventualmente promuovono le manifestazioni femminili solo se danno spazio anche agli uomini e sono inquadrate in una prospettiva innocua e favorevole al mantenimento di una società maschilista, neoliberale e capitalista.

Diciamo la verità: cinquant’anni di diritto di voto ed eleggibilità sono veramente pochi, forse più che festeggiare bisognerebbe indire una giornata di lutto e lotta femminista.

In conclusione, quello che sembra spaventare di queste celebrazioni, oltre alla mancanza di critica e di rivendicazioni, è il rischio che questi festeggiamenti distolgano l’attenzione da quelli che sono i veri problemi delle donne oggi, dimenticando le richieste, sempre attuali, del Manifesto per lo sciopero femminista e delle donne del 2019 e del 2020