È in questi giorni in corso a Locarno il processo d’appello per il caso delle violenze sessuali commesse dall’ex-funzionario del DSS, già riconosciuto colpevole di coazione.  I casi noti sono almeno sette ed è fondamentale ricordare che almeno una delle vittime aveva provato a denunciare le molestie all’epoca dei fatti, senza ottenere il necessario sostegno. Un clima omertoso che ha indotto al silenzio le altre vittime e che ha provocato la caduta in prescrizione della maggior parte dei reati di cui è stato accusato l’ex funzionario. Delle tre vittime che avevano potuto sporgere denuncia nel 2018, solo una ha deciso di ricorrere all’appello. In attesa della sentenza, che dovrebbe giungere a breve, e che speriamo possa confermare la colpevolezza dell’imputato, vogliamo esprimere la nostra solidarietà e vicinanza alla vittima e denunciare come sia ancora troppo difficile per le donne riuscire ad essere ascoltate, credute ed ottenere giustizia. Quello che sta avvenendo in questi giorni nell’aula del tribunale è preoccupante e rispecchia purtroppo la dura realtà di molti processi simili. Stiamo assistendo a uno scandoloso esempio di ‘vittimizzazione secondaria’: ossia di una seconda violenza nei confronti della vittima, ad opera questa volta delle istituzioni che dovrebbero proteggerla. La disgustosa strategia adottata dalla difesa dell’imputato è infatti tutta incentrata sull’attaccare la credibilità della vittima e sul banco degli accusati sta finendo proprio lei. Ma a contribuire a questa vittimizzazione secondaria sono anche le stesse condizioni e procedure che caratterizzano il trattamento giuridico (e mediatico) dei casi di violenze sessuali.

Denunciare, ma a che prezzo?

Ovunque si dice e si ripete che le donne devono avere il coraggio di denunciare. Raramente si esplicita quale è, purtroppo, ancora oggi il prezzo di tale coraggio. Il processo è spesso un percorso estremamente doloroso e irto di ostacoli per una vittima di violenze sessuali o sessiste. Provate a immaginare cosa vuol dire per una donna che ha subito quelle violenze e quegli abusi, dover ripetere il proprio doloroso racconto, dettagli intimi compresi, in più occasioni, facendo attenzione ad ogni singola parola, per timore che ogni minima discrepanza diventi un appiglio per vedersi contestare l’intera testimonianza? E doverlo fare davanti a più persone, stampa compresa, sapendo che – quasi in tempo reale – questi dettagli finiranno pubblicati e dati in pasto a tutto il Cantone. Se un sistema giuridico e mediatico non è in grado di garantire alle vittime il rispetto della loro privacy, difficilmente altre donne correranno il rischio di denunciare. Inoltre, affrontare un processo di questo tipo comporta dei costi finanziari molto importanti per le vittime, costi che crediamo sia doveroso che siano rimborsati (al di là della prescrizione penale di parte dei reati contestati). Ed, infine, non va dimenticato il prezzo in termini di tempo ed energie che rappresenta il dover affrontare tutta la procedura giuridica: le vita delle vittime è quasi sospesa durante i mesi, o più spesso gli anni, del processo: difficile voltare la pagina e andare avanti fino a quando non si è ottenuta giustizia o perlomeno il riconoscimento dei reati subiti.

Facilitare la raccolta delle testimonianze

Alcuni articoli hanno riportato l’esistenza di presunte “incoerenze” nel racconto della vittima. Questo è spesso il leitmotiv delle strategie difensive degli imputati: ogni minima incertezza, dimenticanza, esitazione, discrepanza nei racconti delle vittime si tramuta così in un attacco frontale alla loro credibilità. Tuttavia, rievocare degli eventi intimi e traumatici, tanto più se avvenuti diversi anni prima, non è mai facile. La rievocazione di un trauma è per sua essenza un’elaborazione che può emergere in modo frammentario o un pezzo alla volta. Si tratta spesso di un racconto difficile, che le vittime faticano a compiere in modo assolutamente lineare, perché in primo luogo, per proteggerci, tendiamo tutte e tutti a negare un evento doloroso e questo è normale. Nei processi per violenze sessuali bisognerebbe tener conto delle specificità di queste testimonianze. 

Violenze sessuali: un immaginario falsato

Questo processo ben dimostra, inoltre, come vi sia ancora poca consapevolezza di cosa realmente siano le violenze sessuali e di quali siano le dinamiche in atto quando – come accade nella maggior parte dei casi – le violenze sessuali non sono opera di un aggressore sconosciuto, bensì di una persona vicina alla vittima o all’interno di una relazione affettiva. Dobbiamo tutte e tutti renderci conto che la violenza psicologica, in questo caso in una forma particolarmente estrema come la minaccia di un suicidio – peraltro mai smentita dall’imputato, rappresenta lo strumento più spesso adottato (ben più di armi o coltelli) dagli aggressori per abusare delle loro vittime. L’avvocato dell’imputato evoca, inoltre, una presunta assenza di “coerenza comportamentale” da parte della vittima. Si tratta di un concetto profondamente sbagliato e che non deve trovare posto in un dibattimento di questo tipo. Per essere credibile, una vittima non deve dimostrare di aderire ad un modello artefatto di “vittima ideale”. I comportamenti delle donne che hanno subito delle violenze sessuali possono essere di vario tipo e di frequente sono ben lontani da quanto prescrive l’immaginario dominante. Il possible protrarsi dei contatti tra vittima e aggressore anche dopo le violenze, dei comportamenti che possono essere letti come prove dell’esistenza di un legame affettivo da parte della vittima, sono elementi frequenti quando le violenze sessuali avvengono all’interno di pre-esistenti relazioni di fiducia o affettive e quando le ‘armi’ dell’aggressore sono le armi invisibili della manipolazione, del ricatto, della minaccia e della pressione psicologica. Basti pensare a quanto è frequente che una donna picchiata dal compagno torni con lui, minimizzando quanto subito e dando al partner violento una seconda chance o ancora di quante donne diventano consapevoli di aver subito forme di violenza psicologica solo dopo la fine di una relazione e grazie all’aiuto di un/a professionista. Le vittime tentano spesso di ‘dimenticare’ quanto subito, di addossarsi parte della colpa, di trovare giustificazioni al partner violento o abusatore. Ciò non vuol però in alcun modo dire che non vi sia stata violenza, anzi sono reazioni normali. Siamo tutte e tutti influenzati da un certo tipo di immaginario collettivo che ci rende difficile prendere immediamente piena consapevolezza di essere vittime di violenze. Crediamo sia importante che anche i media tengano conto di questa realtà e non continuino a riprodurre una narrazione falsata attorno ai casi di violenza sessuale, finendo con il colpevolizzare le stesse vittime e contribuendo a mettere il bavaglio a tutte quelle altre donne che finora non hanno osato denunciare gli abusi subiti. 

Sorella, siamo con te

Per tutti questi motivi, vogliamo innanzitutto ribadire ancora una volta la nostra piena solidarietà e il nostro sostegno alla vittima. E crediamo anche che per mettere fine alla vittimizzazione secondaria sia importante che il sistema giudiziario prenda coscienza della complessità e delle difficoltà insite nei casi di violenze sessuali. In Svizzera, ben una donna su cinque subisce degli atti sessuali contro la sua volontà. Solo una minima percentuale (l’8%, secondo una recente inchiesta di gfs.bern) delle vittime decide però di procedere a una denuncia, ma in tribunale le donne sono raramente credute: nella stragrande maggioranza dei casi non vi è infatti alcuna condanna (se guardiamo i dati degli ultimi anni, all’incirca poco più di 1 imputato su 5 è effettivamente condannato). Non essere ascoltate quando si chiede aiuto, non essere credute quando si denuncia, non vedere rispettato il proprio diritto alla privacy sono tutte forme di violenza istituzionale che si sommano agli abusi subiti!