In occasione della giornata della memoria, il collettivo femminista Io l’8 ogni giorno ricorda l’orrore della Shoah attraverso la testimonianza di Giuliana Fiorentino Tedeschi, ebrea, nata a Milano nel 1914 e sopravvissuta al campo di concentramento. La testimonianza mette in luce la specificità e la crudeltà della violenza rivolta verso le donne e il loro corpo nei contesti di guerra e persecuzione, una riflessione che resta di grande attualità per tutte le donne.


Era molto diverso un campo femminile da un campo maschile. Per esempio quando siamo state messe per la prima volta sotto la doccia senza vestiti: vedere tutti quei corpi nudi, essere private di quella privacy… Devi pensare che in quegli anni non era come adesso che si vive più scoperti, noi vivevamo ancora più nei nostri vestiti: durante la doccia passavano gli ufficiali tedeschi, ti guardavano, per noi era una sofferenza veramente. Io penso che un uomo se ne poteva infischiare, che passasse l’ufficiale tedesco. C’era anche il fatto che una donna veniva subito spogliata della sua individualità femminile. Essere completamente rapate, per esempio: un uomo è abituato ad avere i capelli corti, ci soffre meno, ma per una donna è un trauma fortissimo. Poi il fatto che entri e cominci a pensare: come faccio quando avrò le mestruazioni? Guarda che questo è terribile perché per almeno un mese le avevi – e naturalmente non avevi come ripararti – e anche questo voleva dire trovarsi di nuovo ridotta come una bestia. Le compagne più anziane ti dicevano: “stai tranquilla che poi quest’altro mese non le avrai più.” Pare che fosse lo shock e poi anche la mancanza di vitamine, non so bene, fatto sta che dopo si perdevano. Però se questo da un punto di vista pratico era meglio, da un punto di vista umano era terribile perché rinunciavi ad esser donna; in questa maniera veramente una donna era violentata nella sua natura, nel suo intimo femminile, molto più di un uomo. Perché all’uomo non succedeva questo. Come non poteva capitargli di arrivare già incinta al campo. Molte donne erano entrate senza sapere di essere incinte. Mi ricordo una volta che ho incontrato una francese, che continuava a cercare delle erbe, delle radici, le tirava fuori le ripuliva le mangiava. Diceva: “ah, per forza! Devo nutrirlo, dicono che la guerra finisce entro due mesi, devo farlo sopravvivere per quando tornerò in Francia.” E invece ne sono passati di mesi…erano dei drammi e dei traumi che gli uomini non hanno sofferto. Ho sempre pensato che la prigionia femminile fosse sottovalutata. Mi piacerebbe che quando intervisti gli uomini tu gli chiedessi: “avete l’impressione che le donne stessero meglio?” Ponigli questa domanda. Forse loro mai si sono resi conto che era più dura per noi.”

Testimonianza tratta da Anna Bravo, Daniele Jalla, La vita offesa. Storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti, Franco Angeli, Milano 1986, pp. 207-208