Rabbia e indignazione. Sono questi i primi sentimenti che si provano alla notizia che il Gran Consiglio ticinese si è opposto all’apertura di una commissione parlamentare d’inchiesta sul caso dell’ex-funzionario DSS riconosciuto colpevole di coazione sessuale. Non ci sarà dunque la possibilità di fare chiarezza e di verificare le eventuali omertà o negligenze. Non scordiamoci che lo stesso giudice Marco Villa aveva affermato nella sua sentenza: «Siamo tristi perché siamo stati confrontati con una persona che per anni ha sfruttato la sua posizione quale punto di riferimento dei giovani per soddisfare le proprie voglie. Tristi perché la vicenda poteva essere fermata nel 2005, ma le vittime non sono state ascoltate. E questo malgrado abbiano raccontato quanto loro accaduto ad un alto funzionario dello Stato, che non molto ha fatto, se non stendere un rapporto e mettere l’imputato in panchina per un po’, senza dar seguito a procedure amministrative. Tristi perché le vittime, dallo Stato, non sono state accompagnate».

Come avevamo già denunciato nel febbraio 2019: “Omertà e cameratismo rendono complici: chi sapeva ha tollerato. Sebbene tutte e tre le vittime non prescritte abbiano fatto segnalazioni oltre 10 anni fa, nulla è stato fatto. Anzi, alle prime due non è neppure stato proposto sostegno e consulenza dall’aiuto alle vittime, che avrebbero invece potuto facilitare sia l’elaborazione del trauma sia la decisione di denunciare prima, vista la negligenza dei superiori. Ogni mese risparmiato avrebbe evitato di far assolvere l’abusatore da parte dei reati solo per sopraggiunta prescrizione. L’omertà e la negligenza di chiunque sappia di abusi e non intervenga, rendono complici. E questo a prescindere da ruoli professionali o altre persone informate a cui scaricare la responsabilità.”

Esigere che sia fatta chiarezza non è “giustizialismo”, come è stato detto nel dibattito parlamentare. Esigere che sia fatta chiarezza è prima di tutto un doveroso atto di rispetto nei confronti delle vittime. La decisione del Gran Consiglio rappresenta, invece, un brutto segnale nei confronti di tutte le donne, in particolare in un momento storico in cui in Svizzera, come nel resto del mondo, tra mille difficoltà e sofferenze la parola delle donne ha iniziato a liberarsi e ad esigere ascolto, rispetto e giustizia.

In Svizzera solo l’8% delle vittime sporge denuncia dopo un episodio di violenza sessuale (secondo un’indagine del 2019 dell’Istituto gfs.bern[1]). Se la classe politica vuole veramente schierarsi al fianco delle vittime e mettere fine all’impunità generalizzata di cui godono gli autori di violenze, è suo dovere far luce su eventuali responsabilità, a vari livelli, dei funzionari dirigenti coinvolti, senza farsi frenare da logiche di vicinanza politica e/o personale nei loro confronti. 

Il fatto, inoltre, che in questo particolare episodio ad essere accusati di eventuali negligenze e omertà siano proprio dei funzionari attivi nell’ambito della protezione dei giovani e delle vittime, rende a nostro avviso ancora più importante far luce su quanto avvenuto e – laddove necessario – iniziare un processo di auto-critica e di miglioramento delle misure messe in atto per offrire un reale ascolto e un’effettiva protezione a chi proprio a questi servizi si rivolge per ottenere un sostegno.

Ma, oltre alla rabbia, vogliamo ribadire ancora una volta il nostro sostegno, la nostra sorellanza e la nostra ammirazione verso il coraggio delle ragazze che hanno denunciato, ben consapevoli di quanto sarebbe stato difficile e doloroso spezzare il silenzio e il muro di omertà che per troppo tempo ha coperto, e continua a coprire, l’agire dell’ex-funzionario.

Sorelle, noi vi crediamo, siamo al vostro fianco e continueremo a lottare per voi e con voi!


[1] https://cockpit.gfsbern.ch/fr/cockpit/violence-sexuelles-en-suisse/