Ciao a tutte e a tutti,

ci sono due parole, RELAZIONE e CURA, che solo una ventina di anni fa si pronunciavano in modo minoritario. Oggi sono diventate maggioritarie. La misura imposta del distanziamento sociale ci ha fatto scoprire, o riscoprire, quanto siano preziose le RELAZIONI affettive e sociali. L’ho avvertito in prima persona come amica di amiche che non ho potuto incontrare. E come nonna, per oltre due mesi non mi è stato infatti possibile vedere fisicamente la nipotina.

Sappiamo che questa crisi pandemica, oltre ad esacerbare l’emarginazione della fascia più anziana e ad incrementare discriminazioni e povertà, ha messo la questione della CURA al centro: la cura medica, certo, ma anche le tante pratiche di cui le donne sono capaci.

Queste due parole, RELAZIONE e CURA, fanno parte da sempre dell’esperienza femminile.  Tutte noi sappiamo che senza la relazione materna, senza questa cura primaria, non saremmo in vita.  

Io penso che noi dovremmo mettere bene in luce che di queste parole ci sentiamo fieramente TITOLARI: non si tratta di un peso biologico, si tratta, oggi più che mai, dell’OPPORTUNITA’ di un CAMBIAMENTO soggettivo e sociale, che antepone le relazioni alle pretese e agli attacchi del profitto. Questa opportunità si nutre dell’esperienza che già vive nella politica femminista.

Per questo è importante che noi ci si senta PROTAGONISTE,  piuttosto che SCONFITTE. Il ritornello dei media racconta che ci dobbiamo emancipare dal lavoro riproduttivo in nome di un maggiore impegno… e di più luminose carriere! Non si tratta di negare la realtà. Le nostre competenze sono sicuramente sottovalutate. Viviamo lo sfruttamento del doppio lavoro, domestico e produttivo.

Non neghiamo questi fatti. Ma i fatti vanno INTERPRETATI, e possibilmente a nostro vantaggio.

A me pare di assistere al proliferare di situazioni, dove la competenza politica, quella autorevole e credibile, nelle nostre cosiddette democrazie è in grave crisi. Le donne sanno che alla cura della vita, loro, dei loro cari, dell’ambiente – non rinunciano, perché tutto questo porta la loro impronta. E allora ecco la sacrosanta PRETESA di affermare che produzione e riproduzione sono aspetti NON SEPARABILI DALLA VITA!

E a questa sacrosanta pretesa non si risponde chiedendo un più alto tasso di occupazione e lasciando non si sa a CHI il lavoro di cura.

Si risponde piuttosto TOGLIENDO LA SFERA DELLA RIPRODUZIONE dall’ invisibilità, dove precisamente il primato della produzione e del profitto l’ha confinata. Si risponde anche presentando al Governo, come si sta facendo in queste ore, il CONTO delle nostre tante ore INVISIBILI fornite a costo zero!

Basta parlare di tempi e di organizzazione del lavoro, di welfare e di crescita senza riconoscere che il lavoro di riproduzione e di MANUTENZIONE dell’esistenza umana è una componente STRUTTURALE di tutto il lavoro necessario per vivere! E sappiamo che si tratta di una mole enorme di lavoro che, in tutte le economie avanzate, occupa un numero di ore superiore a quelle dedicate al lavoro pagato!

Non è un  lavoro MARGINALE, non è un lavoro eliminabile. A partire da questo punto di vista possiamo immaginare una prospettiva buona per tutte e tutti: quella di liberare tutto il lavoro ridefinendo priorità, modi e soprattutto VALORI, rimettendo al centro la VITA delle persone e la loro INTERDIPENDENZA lungo tutto l’arco della loro esistenza. 

La politica femminista guarda lontano e necessita d’aria. Soprattutto necessita di DOMANDE RADICALI, anche scomode, anche lontane dagli schemi ideologici. Che cosa mettiamo allora al centro delle nostre lotte? Vediamo intorno a noi tante, troppe donne, anche militanti, che non riescono ad IMMAGINARE SCENARI DIVERSI rispetto a quelli dati e imposti dall’alto.

La politica delle donne non può essere prioritariamente una questione di numeri: io non credo nel femminismo PARITARIO, che invoca più donne in tutti i campi della vita associata, come se questa fosse la formula magica in grado di cambiare le cose e renderci felici!

Se anche fossimo di più nei posti apicali, e questo di più non fosse accompagnato da pratiche politiche che rendono la nostra presenza un punto di RIFERIMENTO per altre donne, una presenza che faccia la DIFFERENZA RISPETTO ALL ’ORDINE DATO, questo di più significherebbe poco o nulla.

Io credo che la politica non conosca veramente le tante sapienze del mondo femminista!

Eppure proprio oggi avrebbe la straordinaria occasione di scoprirle e di farne buon uso.

Chi come viene arriva dal femminismo degli anni 70, sa che la libertà femminile è cominciata  quando abbiamo imparato a fare a meno del riconoscimento delle istituzione volute e rette dal patriarcato. Virginia Woolf insegna a non accodarci al “corteo degli uomini competenti”. Non possiamo e non vogliamo prescindere dal nostro essere donne per trovarci nel limbo dell’INDIFFERENZA DI GENERE!  

Abbiamo lottato per la libertà. Anche ora, di fronte ad una fantomatica fase 3, l’ordine patriarcale entra nelle nostre vite per dettare le sue gerarchie e regolare le nostre urgenze.

La posta in gioco è alta, serve coraggio, serve capacità di inventare e di intuire. Carla Lonzi afferma che “bisogna vivere l’intuizione”. E’ importante riconoscere e avere fiducia nella mobilità del movimento, sapere che si allarga, che a tratti si restringe, che a volte si avvita e si scioglie, restando comunque un fiume carsico in attesa del mare.

A voi, che avete fondato e che portate avanti questo Collettivo, le nonne femministe consegnano un tratto del loro percorso fatto di pensiero e di militanza. E siamo sicure che non mancherete di potenziarlo e di arricchirlo delle vostre esperienze.

Bellinzona, 14.06.2020 Erika Zippilli