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L’appello a uno sciopero delle donne in Svizzera il prossimo 14 giugno, lanciato da alcune femministe romande, sta raccogliendo sempre maggiori adesioni in tutta la Svizzera. In vari cantoni si stanno creando dei collettivi regionali per iniziare a coordinarsi ed organizzarsi.

Anche in Ticino, a Bellinzona, sabato 8 settembre il collettivo femminista “Io l’8 ogni giorno” organizzerà un incontro aperto a tutte le donne per discutere dei vari temi e delle rivendicazioni in vista dello sciopero e per cominciare ad organizzarsi collettivamente nella Svizzera italiana. Si parlerà di violenza di genere, di lavoro produttivo e riproduttivo, di assicurazioni sociali, di donne e migrazione, di stereotipi, sessismo, diritti LGBT, di spazio pubblico, rappresentanza politica e tanti altri temi.

Le ragioni che ci spingono allo sciopero sono innumerevoli e di vario tipo. L’oppressione patriarcale ha mille volti e ogni donna ha una sua storia di discriminazione. Ciò che vogliamo fare in questo incontro e nei mesi che ci separano dallo sciopero è creare uno spazio in cui ognuna possa esprimere il proprio vissuto e le proprie rivendicazioni, in cui conoscerci e riconoscere nelle mille piccole e grandi lotte individuali contro le discriminazioni che ci opprimono una lotta comune, per la liberazione di tutte le donne.

 

Noi donne siamo stufe

L’entusiasmo che sta suscitando l’idea dello sciopero femminista in molte donne, giovani e meno giovani, militanti o meno attive, è qualcosa di molto significativo. Sempre più donne sono stufe di aspettare risposte che non vengono né da parte delle autorità politiche né dai tribunali. Alla parità sancita sulla carta non corrispondono reali e sostanziali trasformazioni delle nostre vite. Sia nel mondo del lavoro, sia a casa, sia in famiglia, nelle relazioni interpersonali o nello spazio pubblico, le donne sono ancora costantemente discriminate e considerate cittadine di serie B. Quelle di noi che hanno lottato già vari decenni fa per i diritti delle donne e per trasformare la società, quelle di noi che già hanno scioperato il 14 giugno 1991, hanno ormai esaurito tutta la loro pazienza. Quelle più giovani, cresciute credendo che grazie alle lotte delle madri l’emancipazione era ormai a portata di mano, si sono invece rese conto di quanto la strada sia ancora lunga e piena di ostacoli.

Uno sciopero femminista e intersezionale

Sciopereremo dunque insieme, sciopereremo per noi stesse, per i nostri diritti, ma non solo. Sciopereremo contro questo sistema e per trasformare in profondità la società, perché nelle nostre lotte abbiamo subito capito che la soluzione non può essere nell’emancipazione per poche, nella richiesta di pari opportunità all’interno di un sistema fatto di gerarchie e privilegi ingiusti, di sfruttamento e disuguaglianze. Cercheremo invece insieme di costruire un femminismo inclusivo e intersezionale, un femminismo capace di ripensare e sovvertire l’intera organizzazione economica e sociale.

Molto importante è, in questo senso, la volontà di articolare ad ampio raggio le rivendicazioni e i temi dello sciopero. Accanto alle questioni che hanno dettato l’agenda femminista mainstream degli ultimi anni, come la parità salariale o il tema della rappresentanza femminile, trovano spazio riflessioni fondamentali come quelle sulla situazione particolare, di doppia discriminazione, delle donne migranti, il tema del razzismo, della solidarietà internazionale. Anche il tema della violenza di genere – nelle sue varie forme (molestie, abusi, femminicidi) – è posto al centro delle discussioni e in stretto legame con altre forme di discriminazione, dalla violenza economica a quella simbolica.

E ancora, questo sciopero, che sarà anche uno sciopero del lavoro riproduttivo, ci permetterà di rendere finalmente visibile la spesso trascurata questione del lavoro domestico e di cura, un tema che meglio di molti altri mette in luce l’inestricabile legame tra l’oppressione patriarcale e quella capitalista.

Contro il patriarcato e contro il capitalismo

Attraverso lo strumento dello sciopero cercheremo di fare emergere proprio le radici delle diverse discriminazioni, di capirne le cause e ribadire che non si tratta di una questione principalmente culturale, che il problema non sono dei semplici disfunzionamenti di un sistema che può essere riformato e migliorato. No, ciò che la nostra esperienza di donne ci insegna, ciò che viviamo ogni giorno, è che questo sistema economico e sociale che ci sta opprimendo e sfruttando sempre più, non è sostenibile. Non è sostenibile perché si fonda sulla costante svalutazione e sullo sfruttamento del nostro lavoro e delle nostre vite. Gli stereotipi di genere che ci accompagnano fin dalla nostra nascita servono ad ingabbiarci e a rendere naturale un sistema di discriminazione socialmente costruito contro di noi. La violenza che ci colpisce serve a disciplinarci e a mantenere il controllo sul nostro corpo. Il razzismo vuole dividerci e indebolirci. Lottare contro queste discriminazioni, lottare per la liberazione di tutte le donne, significa lottare per cambiare nel profondo l’intera società, per sostituire l’attuale sistema socio-economico capitalista e patriarcale, fondato su un modello profondamente ‘maschile’ e distruttivo, con un nuovo paradigma. Un paradigma che rimetta al centro la sostenibilità della vita e che sia capace di costruire relazioni realmente paritarie e solidali, non più fondate su gerarchie e rapporti di sfruttamento di genere, razza o classe che siano.

Sciopero delle donne e sciopero femminista

Lo sciopero che vogliamo è al contempo uno sciopero delle donne e uno sciopero femminista. “Delle donne”, perché vogliamo che sia una giornata di partecipazione di massa, in cui ogni donna possa sentire di appartenere a un’identità collettiva, in cui i problemi individuali possano passare dalla dimensione privata a quella pubblica. Vogliamo riscoprirci come un soggetto forte, capace di riconquistare quello spazio che ci è sempre negato.

Ma il 14 giugno sarà anche uno sciopero “femminista”. Ed è con orgoglio che vogliamo rivendicare questo termine e riappropriarcene. Da femministe ribadiremo che l’emancipazione delle donne non è un problema individuale o culturale, ma strutturale. Senza una reale messa in discussione dei rapporti sociali di genere e della divisione sessuale del lavoro (l’assegnazione degli uomini al lavoro produttivo e delle donne e quello riproduttivo) non sarà mai possibile una liberazione di tutte le donne.

Sciopero del lavoro produttivo e riproduttivo

Proprio contro questa ingiusta divisione sessuale del lavoro, lo sciopero sarà uno sciopero sia del lavoro produttivo, retribuito, sia di quello riproduttivo, ossia di tutta quella immensa mole di lavoro domestico, educativo, affettivo e di cura non retribuito che ancora oggi rappresenta – statistiche alla mano – il lavoro principale di noi donne. Rendendoci per un giorno indisponibili anche al lavoro riproduttivo cercheremo di mostrarne il valore e l’importanza. Faremo della riproduzione sociale un terreno di lotta femminista e cercheremo di far capire che senza questo lavoro gratuito e invisibile il sistema economico capitalista e produttivista non potrebbe semplicemente funzionare.

Senza una vera rivalutazione del lavoro di riproduzione sociale, noi donne continueremo a percepire pensioni da miseria, a ricevere salari indecenti, ad avere meno tempo ed energie per farci sentire nella sfera pubblica e politica, a trovarci in posizioni subalterne che indeboliscono le nostre possibilità di opporci agli abusi e alla violenza. Le discriminazioni che colpiscono noi donne in vari ambiti delle nostre vite sono infatti tutte, in un modo o nell’altro, riconducibili alla costante svalutazione del lavoro di riproduzione sociale. I settori professionali tipicamente ‘femminili’ (mestieri legati alla cura delle persone o al settore domestico, all’educazione, etc) sono tra i peggio retribuiti proprio perché le competenze che richiedono sono state ‘naturalizzate’ e considerate come qualità innate delle donne. Perché pagarci dignitosamente quando fuori dalle nostre case svolgiamo attività in fondo simili a quelle che facciamo ogni giorno gratuitamente a casa? Il lavoro domestico e di cura che noi donne ci sobbarchiamo giorno dopo giorno è considerato come una specie di risorsa naturale inesauribile, come qualcosa che sgorga spontaneamente dal corpo delle donne. Non a caso si parla di ‘istinto materno’, di ‘lavoro d’amore’ e si invoca la retorica del dono. E come tutte le risorse naturali, anche il lavoro di riproduzione sociale delle donne può essere sfruttato gratuitamente.

Contro gli stereotipi e le gabbie invisibili

La naturalizzazione del lavoro di riproduzione sociale è evidente se si pensano a quelli che sono nella nostra società gli stereotipi di genere: tutti gli attributi della ‘femminilità’ (come la pazienza, la dolcezza, la disponibilità, il carattere servizievole, le doti relazionali o di cura) sono in realtà delle funzioni essenziali allo svolgimento del lavoro riproduttivo. E sono proprio questi stereotipi a ingabbiarci in ruoli subalterni e a ostacolare la nostra autodeterminazione. Il sessismo quotidiano resta spesso invisibile proprio perché certi comportamenti, certi ruoli, sono considerati come normali e ‘naturali’ e per questo è così difficile riuscire a denunciarli e combatterli. O ancora, quando, nei casi di violenza sessuale, la donna è tenuta a dimostrare di aver espresso con forza e chiarezza la sua opposizione, si parte del falso presupposto secondo cui noi donne siamo sempre per default naturalmente disponibili (e che gli uomini siano per natura dei trogloditi incapaci di prestare attenzione ai desideri, ai sentimenti, alle paure o ai bisogni altrui…).

Le origini della nostra oppressione sono così profondamente radicate all’interno delle strutture sociali, economiche e simboliche, che un giorno di sciopero non basterà. Ma – come ci stanno dimostrando le mobilitazioni di massa delle donne in vari altri paesi – quando la marea femminista si alza è capace di diventare una forza inarrestabile che fa tremare il mondo.

Una donna in lotta.