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l’8 settembre 2018 Angelica Lepori ci parlerà di donne e lavoro

A partire dagli anni ’70 abbiamo assistito in tutti i paesi “industrializzati” ad un aumento costante e considerevole del numero delle donne occupate (all’interno del lavoro dipendente). Un fenomeno che poi a partire dagli anni ’90 ha coinvolto anche i cosiddetti paesi in via di sviluppo. In alcuni paesi, come per esempio la Svizzera, il mantenimento di una forza lavoro più o meno stabile in termini numerici, è da attribuire soprattutto alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Questo fenomeno si è prodotto a causa di diversi fattori sia sociali, culturali che economici. Da una parte l’aumento della scolarizzazione femminile ha permesso alle donne di avere maggiori possibilità di entrare nel mercato del lavoro, dall’altro i movimenti di emancipazione femministi, soprattutto negli anni ’70/’80, hanno messo l’accetto sull’importanza del lavoro come principale elemento per permettere l’autodeterminazione delle donne, in fine le trasformazioni dell’organizzazione del lavoro incentrate sulla flessibilità e la precarietà del lavoro hanno fatto ampiamente uso di questa manodopera femminile “disponibile” ad entrare nel mercato del lavoro salariato. In fine dei conti la manodopera femminile si addice molto bene alle nuove caratteristiche del mercato del lavoro, sembra essere una manodopera meno sindacalizzata e più facilmente ricattabile (con esigenze minori di quella maschile).

Questi elementi fanno si che l’entrata delle donne nel mercato del lavoro sia avvenuta prevalentemente attraverso la porta delle flessibilità e della precarietà del lavoro.

Concretamente questo ingresso nel mercato del lavoro è avvenuto e avviene attraverso due meccanismi:

  1. Il primo prende il nome di “segregazione orizzontale”, che vede le donne impiegate prevalentemente in alcuni settori definiti “femminili” che sono poi spesso settori meno qualificati e meno pagati.
  2. Il secondo viene generalmente chiamato “segregazione verticale” che fa si che spesso le donne facciano fatica a raggiungere posti di responsabilità all’interno dell’organizzazione del lavoro e siano sempre più spesso assunte attraverso forme di lavoro “atipiche” (lavoro a tempo parziale, su chiamata, temporaneo, ecc.)

Bisogna inoltre rilevare che l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro non ha comportato una redistribuzione del lavoro domestico e di cura tra uomini e donne. Ancora oggi le donne compiono la maggior parte del lavoro del lavoro di cura, avendo quindi di fatto un doppio carico lavorativo (professionale e domestico). Legato a questo aspetto del lavoro di cura emerge anche un altro fenomeno che è quello dell’esternalizzazione di questo lavoro ad altre donne, a volte retribuite (badanti, babysitter, donne delle pulizie) a volte non retribuite (in particolare le nonne).

In questo senso la divisione sessuale del lavoro si interseca con la divisione internazionale del lavoro.

 

Bibliografia

Alessandra Casarico Paola Profeta, Donne in attesa. L’Italia delle disparità di genere, EGEA, 2010

Chiara Valentini, O i figli o il lavoro, Feltrinelli, 2012

Manuela Naldini, Chiara Saraceno, Conciliare famiglia e lavoro. Vecchi e nuovi patti tra sessi e generazioni, Il Mulino, 2010

Chiara Saraceno, Il lavoro non basta, Feltrinelli, 2015